La bohème natalizia
Come da consuetudine sotto natale la programmazione del Teatro Massimo squaderna la solita Bohème pucciniana. Sufficiente la compagnia di canto, anche se disomogenea, nonostante l’ottima prova dal podio di Carlo Montanari.
Palermo, 21 dicembre 2025 - Quando la fantasia non abbonda e la programmazione vuol mantenersi convenientemente al riparo dal rischio ecco che sotto natale l’offerta culturale, ad anni più o meno alterni, non può che oscillare tra l’ennesimo Schiaccianoci e una Bohème già vista e collaudata. Al periodo pre-natalizio del 2025 palermitano è toccata all’ennesima Bohème di tradizione affidata alle cure registiche di Mario Pontiggia, che intasa il proscenio di persone al second’atto, con clown, ballerine e quant’altro, calca la mano su qualche ricamo ora macchiettistico ora calligrafico, né tiene a freno l’ipertrofia, persino con qualche inedita trovata (mai s’era visto Benoît entrare in scena nel quarto atto, poco prima del sopraggiungere di Mimì). Le scene dipinte di Antonella Conte sanno di antico, quanto il disegno luci di Bruno Ciulli, mentre i costumi di Francesco Zito sono disegnati con la consueta perizia.
La sorpresa più persuasiva da queste recite giunge dalla bacchetta di Carlo Montanaro, capace di ottenere dall’orchestra un suono abbastanza compatto, così come dal coro e dal coro delle voci bianche, preparati da Salvatore Punturo. Attento alla tenuta di insieme, cui i complessi residenti garantiscono buona disciplina, il direttore riesce anche ad imprimere una lettura incalzante, non avara di colori né affatto sbrigativa, che si concede persino il lusso di alcune non scontate evidenziazioni timbriche. Qualche distinguo necessita invece la compagnia di canto ascoltata, troppo male assortita. Anastasia Bartoli ha un torrente di voce e si segnala per un certo (forse eccessivo) eclettismo, ma per presenza scenica risulta però più vicina a Tosca che a Mimì; pur ben agendo sulle dinamiche, sull’espressività, risulta in scena una sartina ben poco gracile, specie al fianco di un Rodolfo pallido quale quello di Arturo Chacón-Cruz, che procede abbastanza sottotono per i primi due atti, per poi meglio assestarsi negli ultimi due. Hasmik Torosyan è una puntutissima e acidula Musetta (che per alcune recite transita a Mimì, non si potrebbe immaginare il come). I baritoni sono Giulio Mastrototaro e Diego Savini, rispettivamente Marcello e Schaunard che si disimpegnano entrambi con la generosità dei relativi strumenti, mentre non pochi problemi di emissione sconta la vocalità di George Andguladze che, giocoforza, restituisce un Colline inopinatamente caricaturale. Completano la distribuzione il duttile Giuseppe Esposito, che ben disegna Benoît e Alcindoro, nonché l’ottimo Parpignol di Francesco Polizzi.
La recita sold out, sebbene con consensi alla ribalta non troppo entusiastici, segnala comunque come le programmazioni natalizie popolari abbiano la loro ragione d’essere, ancorché al ribasso.
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