L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tra ritmi immortali

di Irina Sorokina

Il consueto concerto di Capodanno della Filarmonica del Teatro Comunale di Modena Pavarotti Freni, diretta da Hirofumi Yoshida, entusiasma il pubblico in un viaggio fra ritmi di danza e moto perpetuo.

MODENA, 1 gennaio 2026 - Solo ottanta chilometri dividono Verona e Modena, entrambi i teatri, Il Filarmonico della città veneta e il Comunale Pavarotti Freni di quella emiliana, seguono una tradizione radicata ormai: offrire al pubblico il concerto di Capodanno. A Verona si fa l’ultimo giorno dell’anno che sta per terminare, a Modena nel primo giorno dell’anno nuovo. I concerti godono di una grande affluenza di pubblico e offrono programmi totalmente diversi: il teatro veneto adotta una scaletta che spazia da Musorgskij e Čajkovskij passando per Brahms e arriva allo scatenato Offenbach e al malinconico Lehár, quello emiliano si avvicina al tradizionale stile viennese, pur offrendo anche i brani che con Vienna non c’entrano nulla.

A Modena nel primo giorno dell’anno nuovo, troviamo sul podio il direttore giapponese Hirofumi Yoshida che sale sul podio del Teatro Comunale Pavarotti Freni per la quarta volta. Il pezzo d’apertura è della penna felice di Franz von Suppé (il suo nome completo suona più che bene, Francesco Ezechiele Ermenegildo, cavaliere de Suppé-Demelli), una figura importante, insieme a Johann Strauss jr., dell’operetta viennese. Solo sei anni dividono “il re del valzer” e “principe dell’operetta” dal collega Suppé, autore prolifico che firmò oltre trenta operette e centootto balletti, senza parlare delle altre opere: un fenomeno, insomma! Nell’ouverture di Suppé da Dichter und Bauer Yoshida sembra voler far rinascere lo spirito della vecchia Vienna; nei numerosi temi di bella fattura si percepiscono delicatezza e spirito nostalgico, particolarmente nella parte iniziale. Il walzer Rose aum dem Süden (Rose del Sud) rivela una grande inclinazione del direttore alla musica ballabile, il coinvolgimento totale nel semplice ritmo chiamato comunemente ternario che sotto le sue mani non risulta mai troppo ripetitivo, e non solo; Yoshida è anche maestro nel delineare la forma in una marea di temi. Dall’Austria ci si trasferisce in Francia, per deliziare le orecchie con il celebre walzer Les Patineurs, op. 183, della penna di Emile Waldteufel, dove il tema principale rispecchia il movimento scivolante dei pattini, colto perfettamente dal gruppo degli archi. La prestazione dei musicisti sembra piacere molto al maestro che appare ispirato e soddisfatto e li ringrazia con gesti simpatici, diversi dal battere il tempo e dare gli attacchi. Con Danse macabre di Camille Saint-Saens op. 40 si rimane in Francia e Yoshida fa immergere il pubblico in una qualche realtà surreale, per mezzo di un ritmo serrato e incessante e di forti contrasti; perfetta la dinamica del brano dovuta al gruppo degli archi perfettamente amalgamati. Naturalmente, un brano giapponese non può mancare ed è Merry-Go-Round of Life (Il Carosello della vita) dal film Howl’s Moving Castle, della penna del compositore Joe Hisaishi, un valzer malinconico che facilmente arriva al cuore, grazie alla semplicità disarmante e cordiale imposta dal direttore ai musicisti. Dopo la tristezza struggente del valzer “giapponese”, il clima si alleggerisce col ritorno nella dolce Vienna: è il momento di Sphärenklänge, op. 235 del fratello di Johann Strauss, Joseph, e l'organico si arricchisce di due fagottisti. Impeccabile il senso di ritmo di Yoshida, unito a flessibilità e disinvoltura.

Il finale sa di spirito popolare, energia e brio. In un bel contrasto con le atmosfere rilassanti del brano di Joseph Strauss, arriva la Farandole dalla suite n. 2 dell’Arlèsienne di Georges Bizet, in cui Yoshida tende a rafforzare le tinte drammatiche e rende le sonorità a tratti aspre, ma sempre nella giusta misura. L’esecuzione è trionfo dei ritmi e dei colori con un risultato davvero magnifico. Arriva il Perpetuum mobile dalla penna di Johann Strauss jr. e il direttore con gran senso d’umorismo chiede dai professori il continuo brontolio simile al ronzare degli insetti. Dopo aver strappato mille sorrisi e ottenuto mille applausi, Yoshida si gira verso il pubblico per dire “E continua sempre così!”. Niente famiglia Strauss per il gran finale, ma una scelta forse inedita, il Boléro di Maurice Ravel. Un fiato sospeso e si riparte con un'esecuzione ispirata, inappuntabile nelle dinamiche, con sonorità all’inizio quasi estranee che portano gli ascoltatori fuori dal mondo. Per descrivere questo che accade dopo la fine di Boléro, per forza dobbiamo usare l’espressione “È venuto giù il teatro”. Il bis concesso, oltre all'immancabile Radedtzky-Marsch, è il valzer Gold und Silber di Lehàr, una vera gioia per l’orecchio. Cosa potrebbe essere di meglio della scelta del un brano che parte in sordina, cammina coi passi prudenti, aumenta la velocità e arriva direttamente al cuore? Buon Anno 2026 a tutti noi, artisti, spettatori, giornalisti.

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