Aria di festa
Tra Weber, Čajkovskij e Dvořák, Manfred Honeck, Simon Trpčeski e l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia firmano per Lingotto Musica un’apertura d’anno di grande splendore.
Torino, 9 gennaio 2026 – Sarà per la prova eccellente di un’orchestra che suona ammantandosi di uno smalto lucente; sarà per l’impaginato di sala, interamente costruito attorno a capolavori dell’Ottocento, capace di inanellare pagine virtuosistiche e iridescenti; o ancora per la sala immensa del Lingotto, colma fino all’orlo di un pubblico felice e partecipe. Ma è innegabile: nel concerto che inaugura il nuovo anno di Lingotto Musica si respira ancora aria di festa. D’altro canto, non potrebbe essere nemmeno altrimenti. Accanto a una delle migliori formazioni nostrane, quella dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ritroviamo, entrambi al debutto sul palcoscenico del Lingotto, un direttore del calibro di Manfred Honeck e un pianista indubbiamente carismatico quale Simon Trpčeski, per un incontro che promette, fin dalle premesse, una serata di grande intensità.
Un percorso che prende avvio dalle atmosfere incantate dell’Ouverture di Oberon di Carl Maria von Weber, pagina liminare del Romanticismo tedesco, in cui il gesto teatrale e l’invenzione timbrica aprono immediatamente lo spazio dell’ascolto al racconto e alla fantasia: composta per ultima durante il soggiorno londinese del 1826, alla vigilia della prima trionfale dell’opera al Covent Garden, l’ouverture riassume in forma sinfonica l’intero universo poetico del lavoro, evocandone personaggi, situazioni e atmosfere fiabesche. Dall’introduzione lenta, segnata dal richiamo del corno magico di Oberon e dai brevi motivi che alludono al regno delle fate, fino alla sezione vivace in libera forma di sonata, Weber intreccia temi d’amore, slanci cavallereschi e immagini di viaggio e tempesta, dando vita a un quadro di straordinaria varietà, in cui la fantasia narrativa trova espressione nelle magie di una strumentazione luminosa e inedita, capace di aprire alla tavolozza orchestrale dell’Ottocento nuovi orizzonti timbrici e di inaugurare una sensibilità romantica insieme fatata e aerea. Orizzonti che l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Manfred Honeck restituiscono con particolare finezza e trasparenza, mettendo in risalto la brillantezza del tessuto ritmico, sempre mobile e nervoso, lo scintillio del fraseggio, curato con attenzione minuziosa nelle articolazioni e nelle dinamiche, e una varietà di accenti e colori che attraversa l’intera pagina. In questa caleidoscopica introduzione il suono si fa cangiante e narrativo, capace di passare con naturale raffinatezza dalla sospensione incantata all’impeto teatrale, restituendo pienamente quel carattere di soglia che fa di queste pagine non solo un’apertura di serata, ma un autentico invito all’ascolto e all’immaginazione.
Segue il celeberrimo primo concerto per pianoforte e orchestra in si bemolle minore op.23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, pagina tra le più amate e frequentate dell’intero repertorio romantico, in cui l’immediatezza melodica e la forza della sua anima sinfonica si fondono in un equilibrio sempre teso tra slancio virtuosistico e confessione lirica. Fin dall’imponente apertura, con l’inconfondibile tema affidato agli ottoni sopra il poderoso sostegno orchestrale, il concerto si impone come una sfida tanto tecnica quanto espressiva, richiedendo al solista non solo vigore e sicurezza, ma anche la capacità di scolpire il canto, di dialogare con l’orchestra e di attraversare, con spontaneità e misura, le brusche svolte emotive che ne punteggiano il percorso. Il macedone Simon Trpčeski può far qui appello a un tecnicismo sempre controllato ed elegante che, senza mai arretrare là dove frequentemente la scrittura esplode in passaggi infuocati a suon di ottave, dona all’intero concerto una morbidezza e una rotondità quasi rare per questo battuto campo di battaglia. Ne nasce così un’interpretazione sì ardente ma mai sfacciata, che rifugge ogni compiacimento muscolare, privilegiando la cantabilità della cellula melodica – magnifico, in tal senso, l’Andantino semplice in seconda posizione, dove l’orchestra sa far eco al pianoforte con sensibilità quasi cameristica –, la chiarezza dell’articolazione e una scala cromatica attentamente graduata per restituire al concerto non solo la sua travolgente e visionaria energia, ma anche quella vena di lirismo intimo e malinconico che ne costituisce il cuore più autentico.
È però con la Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 di Antonín Dvořák che la serata trova il suo esito più ampio e rappresentativo. Completata a Praga nell’autunno del 1889 ed eseguita per la prima volta dall’autore nel febbraio dell’anno successivo, l’Ottava conobbe immediatamente un’ampia diffusione nelle capitali musicali europee, incontrando in particolare a Londra un successo tale da renderla, per lungo tempo, la sinfonia più amata di Dvořák, più ancora della futura Dal Nuovo Mondo. In questa pagina, composta in un momento di piena maturità, il musicista boemo cerca consapevolmente una via più autonoma rispetto alla tradizione sinfonica austro-tedesca, allentando il vincolo formale in favore di un sinfonismo più libero, descrittivo e poetico, nutrito di memorie slave e di immagini naturali. Memoria e immagini che, nella concertazione di Manfred Honeck, trovano una traduzione sonora di rara chiarezza narrativa, sorretta da una visione unitaria e attentissima al particolare.
L’Allegro con brio iniziale prende avvio con il celebre tema, lungo, patetico, denso, in sol minore, cantato da clarinetti, fagotti, corni, violoncelli e restituito con accento elegiaco e raccolto, quasi fosse un raggio di sole che fende la foschia mattutina, prima che l’orchestra si apra progressivamente a una vitalità più potente e luminosa. Honeck evita ogni enfasi retorica – certo, al di là di quella imposta dalla partitura –, lasciando che il discorso si sviluppi con naturalezza, valorizzando la flessibilità dell’esplosivo tessuto ritmico e il continuo gioco di chiaroscuri timbrici, fondamentali qui dove la partitura si tinge con colori dal gusto esotico. Ne risulta un primo movimento attraversato da un senso di racconto immediato e catalizzante, in cui sanno convivere la tenerezza dell’involo poetico e l’estasi per quei pannelli epici che verso la fine del movimento Santa Cecilia scolpisce con ampiezza di respiro e titanica compattezza sonora. L’Adagio, in do minore, si apre con un sospiro malinconico, affidato a un tema semplice che sembra emergere con pudore. Quando al canto degli archi si uniscono progressivamente i legni, la linea melodica sembra addentrarsi in una dimensione più interiore e sospesa, come in un sogno venato d’ombra. Nel passaggio al do maggiore, gli archi si fanno di una raffinatezza e di una leggiadria esemplari, rischiarando improvvisamente il discorso con una luce serena, quasi l’eco lontana di una festa rurale colta in punta di piedi. È un momento di sospensione luminosa, reso con trasparenza timbrica e morbidezza del fraseggio, che non cancella tuttavia la malinconia di fondo: questa torna presto a riaffiorare, investendo nuovamente il movimento di accenti più tesi e inquieti, introdotti con un pianissimo orchestrale di indescrivibile evanescenza. È proprio in questi accesi contrasti che la direzione di Honeck sublima il senso più profondo del movimento, governando con lucidità e pathos il continuo alternarsi di luce e ombra, in un continuo peregrinaggio di accenti e pesi che conferiscono all’Adagio una forza espressiva ineguagliabile. L’Allegretto grazioso in terza posizione è il trionfo della classe e dell’eleganza direttoriale: la flessuosità del ricercatissimo fraseggio e il legato che qui sottende il canto inebriano ora quella pulsante scrittura con uno spirito sognante che trasfigura il passo di danza in un moto dell’anima. Quindi il Finale (Allegro ma non troppo), con il suo susseguirsi di sgargianti episodi, offre all’orchestra l’occasione di esprimersi in tutte le sue sfaccettature, mettendo in luce ora la compattezza del suono d’insieme, ora la brillantezza dei singoli interventi, in un gioco continuo di colori, accenti e caratteri che confluisce in una conclusione festosa e trascinante.
Fioccano i bis, a conclusione di entrambe le parti del concerto – Piperkovo dal progetto Makedonissimo e il Precipitato dalla Sonata n. 7 di Sergej Prokof’ev per Simon Trpčeski, la Danza ungherese n. 1 di Johannes Brahms per Manfred Honeck e l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia –, naturale epilogo di una serata calorosamente salutata da un pubblico entusiasta. L’anno musicale è cominciato nel migliore dei modi.
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