Antologia romantica
Il maestro Manfred Honeck torna sul podio dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con un programma che attraversa cronologicamente il Romanticismo: Carl Maria von Weber, l’ouverture dell’Oberon, il Concerto n. 1 in si bemolle minore per pianoforte e orchestra op. 23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 di Antonín Dvořák. Solista è il coreano Seong-Jin Cho.
ROMA, 11 gennaio 2025 – Il Romanticismo è stato un movimento che ha modellato radicalmente l’estetica e il pensiero delle società europee dal XVIII sec in poi. In questo concerto, Manfred Honeck, che ritorna sul podio dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ne offre un’antologia, uno spaccato che ne attraversa l’evoluzione del gusto. Il concerto si apre, infatti, con l’ouverture dall’Oberon di Carl Maria von Weber, una delle opere fondanti del romanticismo tedesco. Honeck, forte di un’orchestra dal suono magnifico, offre una direzione buona, che manca però di un vero coinvolgimento emotivo. L’introduzione soffusa (Adagio sostenuto, in pianissimo), fatata, riesce certamente bene, con un buon lavoro sulle timbriche, ma i ritmi appaiono un po’ ingessati, fin dallo stacco con la sezione dell’Allegro con fuoco; il resto dell’ouverture è ben spaginata tecnicamente, mancando, però, ancora di verve, come si è notato nella gestione della climax finale, apprezzabile pur non essendo sorretta da un autentico slancio. Si prosegue con il ‘pezzo forte’, il Primo concerto per pianoforte di Čajkovskij: solista è Seong-Jin Cho, che si era esibito, nelle precedenti stagioni di Santa Cecilia, in recital solistici (Roma, Recital Seong-Jin Cho, 08/11/2021 e Roma, concerto Cho, 27/10/2023). Il concerto è, notoriamente, di un virtuosismo tale da averne fatto dubitare, più volte, l’eseguibilità: il bel saggio di Piero Rattalino, nel programma di sala, racconta proprio di come gli esecutori, via via che il concerto ha preso piede, l’hanno adattato alle loro esigenze, smussandone gli aspetti più aspri di una tecnica mozzafiato. L’intesa fra Honeck e Cho è ottima; la direzione dell’austriaco trova, finalmente, verve, l’orchestra è condotta, nei momenti topici (soprattutto del I movimento), a grande volume, con effetti spettacolari. Fin dal I movimento, l’esecuzione di Cho presenta i suoi punti di forza nella sgranatura del suono, magistrale, che consente all’esecutore un fraseggio a tratti soffice, delicato, e di un certo gusto nella lettura complessiva della partitura; sul lato più muscolare, non ci si può lamentare del puro percussionismo, come dimostrano gli accordi placcati con cui si apre il movimento. Più in generale si può dire che Cho affronta la proteiforme scrittura čajkovskijana con indubbia maestria tecnica, cercando di sfumare e di alleggerire quanto di più aspro ha partorito la mente del compositore. Il che, in effetti, è un peccato, perché nell’intrico più verticale e sauvage della scrittura del russo c’è molta dell’anima di questo concerto: Cho, proprio con l’intenzione di smussare questo aspetto espressionistico, calca molto sulla pedaliera, impastando il suono e facendo risaltare determinati accordi con energia, il che, però, tende più a coprire che a esaltare la scrittura di Čajkovskij (si pensi all’importanza, per esempio, della parte bassa della tastiera, dove il russo scava quasi con ferocia). Il II movimento, l’Andantino semplice, è fra i momenti più alti della serata: una stupenda oasi sonora, nella quale Cho modula frasi perlacee, fraseggiando con mezze voci, un’effusione possibile grazie alla morbidissima direzione di Honeck. Anche se il III movimento non è rutilante come il I, Cho nel finale dà prova di un percussionismo muscolare più spedito, non mancando di leggere il resto del movimento con maestria. Considerata nel complesso, la lettura che Seong-Jin Cho dona del Primo concerto di Čajkovskij si può definire un’ottima esecuzione accademica, che manca, tuttavia, di un qualcosa in più, come il puro dionisismo di quella di Malofeev (2020) e l’originalità di quella di Montero (2023) [Roma, Concerto Mälkki/Malofeev, 30/01/2020 e Roma, Concerto Gražinytė-Tyla/Montero, 12/05/2023], che il pubblico romano certamente ricordano. Cho viene applaudito calorosamente dal pubblico, che lo invita a gran voce ad un bis: sceglie il valzer op. 69 n. 2 di Fryderyk Chopin, un autore cui è particolarmente legato, la cui lettura è, peraltro, particolarmente originale per colore e ritmo.
Nel secondo tempo Honeck esegue l’Ottava di Antonín Dvořák, partitura a lui cara, giacché la mise nel programma con il quale esordì, più di un decennio fa, proprio nei cartelloni dell’Accademia (2013). La direzione dell’austriaco si scioglie, finalmente, in frasi più tese, vibranti. Fin dall’Allegro con brio, Honeck spagina «l’“inconfondibile” fragranza della musica popolare […] d’un musicista che aveva il dono della melodia semplice e spontanea e aveva respirato a pieni polmoni l’aria della sua terra, negli anni della povera infanzia in un piccolo villaggio come negli anni della celebrità, quando si rifugiava per lunghi periodi nella villa di campagna a Vysoká» (ottimo questo quadro di Mauro Mariani, dal programma di sala). È pur vero che Honeck potrebbe essere più incisivo, qua e là, soprattutto nello sviluppo, vista e considerata la quantità di materiale ‘coloratissimo’ che ha davanti agli occhi; eppure, i temi della sinfonia emergono nella loro semplice freschezza (soprattutto quello iniziale, bucolico). Mi pare che Honeck, ancor più che nel I, sia riuscito nell’Adagio (II) a rendere la plasticità delle frasi e degli accenti, non solo con il tema sentimentale, ma anche nei passaggi più drammatici. Ottimo lo slancio del III, lo Scherzo, un «malinconico valzer» (per citare, ancora, Mariani), diretto con agogica ondivaga, ricamando con rubati non privi di eleganza: lo Scherzo è certamente fra i momenti più ispirati di Honeck questa sera, che scava nelle venature malinconiche così precipuamente slave. L’ultimo movimento, l’Allegro ma non troppo, è apprezzabile per il lavoro agogico che Honeck fa sulla rutilante poliritmia del centro del movimento (che molto deve alle sonorità boeme della terra d’origine del compositore). Anche nell’oasi di calma apparente, che precede la conclusione, Honeck non perde tensione e vigore: l’infuocato finale strappa felici applausi al pubblico.
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