L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dittico del Barocco delle delizie

 di Stefano Ceccarelli

Rinaldo Alessandrini esordisce alla testa dell’orchestra e del coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con un concerto di delizie barocche, alcune in prima esecuzione: il “Canta in prato, ride in fonte” RV 636, il Dixit Dominus RV 595 e il Concerto in do maggiore “per la Solennità di San Lorenzo” RV 556 di Antonio Vivaldi, seguìti dalla Sinfonia dalla Cantata “Ich liebe den Höchsten von ganzem Gemüte” BWV 174 e il Magnificat in re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach.

ROMA, 16 gennaio 2025 – È proprio il caso di parafrasare il ben noto Trittico del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch per dare un degno titolo a questo concerto, che mette di fronte, in un ideale dittico, quelli che possono essere indicati come i due massimi esperti del barocco musicale: Antonio Vivaldi e Johann Sebastian Bach, che del primo fu ammiratore profondo. A dirigerlo è un esperto assoluto di questo repertorio, Rinaldo Alessandrini, che esordisce anche alla testa dell’orchestra e del coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Il primo tempo, interamente dedicato ad Antonio Vivaldi, si apre con il mottetto “Canta in prato, ride in fonte”, in prima esecuzione nei cartelloni di Santa Cecilia. Alessandrini dà sùbito prova della sua abilità di barocchista: la direzione è vivida, agogicamente ineccepibile e l’orchestra, pur essendo composta prevalentemente da strumenti sinfonici e non barocchi, esprime quelle risonanze argentine tipiche di questo periodo e gusto, donando una resa lussureggiante della partitura. Silvia Frigato è il soprano che esegue il mottetto, conoscenza ben nota all’Accademia, visto che ivi insegna proprio Canto rinascimentale e barocco. Benché il mezzo vocale sia contenuto, emissione e tecnica sono da manuale, rendendo bene il pezzo, con variazioni pulite ed apprezzabili. Dato che il “Canta in prato, ride in fonte” era stato pensato da Vivaldi proprio come introduzione per il Dixit Dominus (lo spiega bene Luca Della Libera nel dotto programma di sala), segue senza soluzione di continuità quello siglato RV 595, anch’esso a battesimo nei programmi ceciliani. Della bravura della mano di Alessandrini come direttore testimoniano magistralmente già le prime due sezioni (Dixit Dominus e Donec ponam), così diverse nel colore – l’uno luminoso, l’altro cupo; il coro canta a fior di labbra la scrittura vivaldiana sotto la guida sapiente del direttore. Peraltro, ancor più che nel mottetto introduttivo, nel Dixit Dominus si sente il contrasto fra il suono dell’orchestra sinfonica e la rada presenza di strumentisti barocchi (come la tiorba): il suono è pieno, turgido rispetto alle esecuzioni barocche interamente filologiche – con strumenti d’epoca –, ma mai fuori misura grazie all’equilibrio volumetrico della conduzione di Alessandrini. L’esecuzione delle parti soliste è ottima. Il soprano Marianne Beate Kielland, al suo debutto a Santa Cecilia, possiede un mezzo vocale più carico di armonici, ma non meno squillante di quello di Frigato, come si vede nel Virgam Virtutis; Frigato che sale di qualità nell’esecuzione del Dominus. Rimarrà nella memoria il momento delle trombe del giudizio, che precede lo Judicabit affidato alla sapiente voce contraltile di Sara Mingardo, veterana del repertorio barocco, che regala frasi con voce turgida e centrata. Il momento più toccante della partitura tocca a lei (De torrente), che sa carezzare le frasi vivaldiane, benché, forse, impasti un po’ troppo le candide fioriture – ma poco importa, giacché l’effetto è notevole. Il Dixit Dominus si chiude con un’edenica fuga (Et in saecula), salutata da grandi applausi: direttore e cantanti hanno l’agio di essere anche richiamati sul palco. Il primo tempo si chiude con il Concerto “Per la Solennità di San Lorenzo”, l’unico pezzo, oltre al Magnificat di Bach, ad essere già stato eseguito precedentemente in un programma ceciliano. Partitura di fervida invenzione, spesso esuberante, talvolta riflessiva: insomma, un concentrato del meglio che Vivaldi ha offerto all’umanità. Se il I movimento è screziato da un’inventiva aerea e cromatica, il II è una melopea del violino aperta e chiusa da frasi atmosferiche del clarinetto; nell’ultimo torna ad essere protagonista il chiaroscuro degli impasti strumentali, variato con maestria sempre differente. La direzione di Alessandrini, ancora splendida, contiene il suono sinfonico dell’orchestra dell’Accademia così bene che la partitura non perde brillantezza, ma acquista in peso sonoro. Complimenti agli strumentisti concertanti, maestranze di assoluto livello: Parazzoli, Mina e Piovano.

Il secondo tempo è dedicato interamente a Bach. Si inizia con il terzo ‘battesimo’ della serata nei programmi dell’Accademia, cioè la Sinfonia della Cantata “Ich liebe den Höchsten von ganzem Gemütte”, fra le melodie più celebri del tedesco. Alessandrini esalta la brillantezza dei riverberi dei timbri, mentre spagina, con precisione e chiarezza, la famosa melodia: la sua esperienza e il gusto si traducono in un’esecuzione luminosamente morbida, mai appesantita. Il pezzo forte è il Magnificat di Bach, che si apre con un coro giubilante (Magnificat in anima mea). La Kielland conferma il suo stato di forma nelle raggianti frasi e negli acuti puntati dell’Et resurrexit; riesce assai bene alla Fugato il Quia respexit, dove l’atmosfera sospesa si sposa bene con la sua voce uniforme ed argentina (da menzionare una pregevole messa di voce sfumata). L’argentino Lisandro Abadie interpreta il Quia fecit con voce chiara e centrata, con misura e gusto, regalando una pregevole esecuzione. Nel duetto Et misericordiam, la Mingardo ed il tenore Jorge Navarro Colorado si servono di mezze voci per aumentare il senso di raccoglimento. Il successivo Deposuit potentes fa sì che il pubblico possa ascoltare meglio la voce duttile, vibrata e lievemente brunita di Colorado, che gli consentono di eseguire in maniera pregevole l’aria, attraversata da una tensione che si scioglie nel pezzo successivo, affidato al contralto, l’Esurientes, dove la Mingardo, in un tripudio melodico e fiorito, si profonde in cromatismi delicati, riverberati nell’orchestrazione. Splendido ed evocativo il Suscepit Israel, il terzetto di voci femminili. Il coro, durante tutto il Magnificat, deliba ogni accento della scrittura di Bach: da annotare, tra gli altri, il finale del Fecit potentiam ed il radioso Gloria Patri conclusivo. Gli applausi invadono la sala e Alessandrini bissa il finale.

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