Rachmaninov e Bartók
Juraj Valčuha torna sul podio dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore op. 30 di Sergej Rachmaninov e il Concerto per orchestra BB 123 (SZ 116) di Béla Bartók. La serata rimarrà nella memoria degli spettatori soprattutto per la straordinaria performance del pianista Behzod Abduraimov.
ROMA, 24 gennaio 2026 – Rach3, com’è universalmente noto nella cultura popolare, è fra le opere più amate del repertorio classico, grazie soprattutto alla sua fama come colonna sonora di diverse pellicole di successo. Non stupisce, quindi, vedere la Sala Santa Cecilia stracolma di pubblico, le cui aspettative non sono certo state deluse. Sul podio, infatti, torna Juraj Valčuha, presenza abituale nei cartelloni ceciliani, che ha già diretto qui il Rach3, nel 2016, con Federico Colli al pianoforte. Peraltro, questo concerto è in cartellone quasi annualmente all’Accademia, a testimonianza della sua fama e dell’apprezzamento del pubblico.
Il primo tempo, appunto, è dedicato al Terzo di Rachmaninov. Fin dal I movimento (Allegro ma non tanto) si notano le qualità di Behzod Abduraimov, il solista. Si tratta di un pianista che passa con assoluta facilità da un’immensa energia al tocco più flautato. Nulla di meglio si può sperare per questo capolavoro di Rachmaninov, che richiede un pianismo in molti passaggi vulcanico e muscolare (si pensi alle rutilanti ottave della cadenza). Abduraimov non si risparmia e regala un suono turgido, pieno, ma preciso e ingentilito da un uso sapiente della pedaliera, riuscendo a non impastare mai. Un pianista, Abduraimov, che guarda ad uno stile d’altri tempi, che esalta il volume, il fuoco, il peso sonoro, un gusto che sta quasi scomparendo dalle oggidiane sale da concerto. Non si pensi, però, che Abduraimov sia un pianista solo muscolare: è in grado, anzi, di produrre con mano vellutata frasi delicatissime, come testimonia la ripresa del celebre tema del I movimento. Un altro talento dell’uzbeko è quello di fraseggiare con sciolta naturalezza, con arte ma senza appesantire. Il risultato è mirabile tanto nell’insieme che nei particolari. Dal canto suo, Valčuha fa degnamente il suo lavoro, centrando la sua agogica su tempi morbidi, che permettano all’interprete di muoversi con agio. Anche il successivo Adagio (II) è del pari ammirevole. Abduraimov, dalla tempra adamantina, alterna frasi cesellate e suoni carezzati a momenti esplosivi, sempre carichi di energia; il tutto mentre Valčuha disegna frasi piene e calde, forse più intensamente del I movimento. Il III, Alla breve, risulta semplicemente magnifico. Valčuha lascia il segno con un’agogica finalmente più marcata, con momenti persino (e opportunamente) militareschi, mentre Abduraimov si getta in una pagina di magistrale difficoltà, riuscendone con un pianismo fulmineo, muscolare, ma anche capace di romantico slancio, tutto questo riuscendo a rendere la scrittura di Rachmaninov perfettamente udibile, sgranata in ogni passaggio. Della bravura delle maestranze tutte testimonia il sublime finale. Insomma, l’uzbeko spagina questo celeberrimo concerto mostrando tutte le qualità di questa partitura: peso, disegno, proiezione, linee musicalità. Fra applausi sonori, Abduraimov si congeda con un’indimenticabile, istrionica (tanto per energia pura, che per raffinata eleganza) esecuzione della Campanella di Franz Liszt.
Nel secondo tempo, Valčuha esegue il Concerto per orchestra di Béla Bartók, che aveva già inserito in un suo programma ceciliano, nel 2017. Il direttore dona un’apprezzabile esecuzione dei primi due movimenti. La geometria del I, nella sua limpida struttura, è affrontata con piglio, valorizzando i volumi. Il lavoro sul II è più di fino, nel gioco di cromatismi nel dialogo dei vari strumenti. Peccato, forse, per il corale centrale, nell’eseguire il quale Valčuha avrebbe potuto indugiare con maggior ieraticità. In generale, la sua è una direzione più sintetica che analitica: è attento all’affresco generale, più che al particolare, benché l’atmosferico III movimento sia fra i momenti più belli del concerto. I colori emergono vividi, sia le screziature che gli inquieti passaggi degli archi – tesi e gelidi. La qualità della conduzione di Valčuha si eleva, infatti, con il III e regala un IV movimento mirabile per aver reso vivida e espressiva l’intricata poliritmia, come pure la morbida freschezza del suono orchestrale (dei legni, in particolare). Il carattere folklorico dei temi del IV continua nel rutilante finale, un’altalena di ritmi dove Valčuha non perde mai bussola e tensione, dimostrando che si tratta di un pezzo che non solo conosce bene, ma magari cui è particolarmente legato. Gli applausi suggellano un ottimo concerto.
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