L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

 Alla memoria di Angelo

di Mario Tedeschi Turco

È dedicato ad Angelo Foletto il concerto veronese con cui i Virtuosi Italiani guidati dal konzertmeister Alberto Martini e la pianista Anna Kravtchenko accompagnano il pubblico da Mozart a Beethoven passando per Salieri.

VERONA, 30 gennaio 2026 - Non capita spesso che la funzione culturale della critica venga riconosciuta per quello che è, o dovrebbe essere: cronaca di eventi da sottrarre all’impermanenza, ri-espressione di un senso, chiarimento di intenzionalità poetiche, valutazione di capacità e competenza, iscrizione del fattuale in un orizzonte teorico globale e necessario. È stato dunque particolarmente toccante che il konzertmeister dei Virtuosi Italiani Alberto Martini, prima dell’inizio del concerto che li vedeva protagonisti assieme alla pianista Anna Kravtchenko, abbia voluto ricordare Angelo Foletto, dedicandogli la serata Mozart – Salieri – Beethoven nell’ambito della rassegna veronese annuale, che celebra in gennaio la visita mozartiana nella città scaligera. Toccante, dicevamo, priva di retorica, e invece animata di sincera compartecipazione umana e artistica; buon viatico, pur nella mestizia, per l’ascoltatore còlto, il quale sa che la verbalizzazione dell’emozione estetica, per quanto approssimativa, è ancora l’unico modo per razionalizzare e rendere quindi universale ciò che potrebbe rimanere nel circoscritto ambito della suggestione effimera. Si è pensato dunque alla mancanza, in apertura, per poi invece essere trasportati nella vitalità multiforme dell’arte, che parla ancora da secoli ormai remoti, e con la stessa intensità di presenza: si parte con la Sinfonia K. 81, di incerta attribuzione (Cliff Eisen la dà per mano di Leopold), forse composta nel 1770, e certo non siamo in ogni caso nell’empireo dello stile sublime. E però, con l’eccellente coordinazione ritmica dei Virtuosi, con l’equilibrio fonico trovato nel gioco di rimandi tra i violini e gli oboi nell’Andante, con il passo rapido imposto nei movimenti estremi, quest’operina è giunta al pubblico con l’esatta sua configurazione di esercizio di alta scuola. Certo ad altri livelli, subito dopo, il Concerto per pianoforte n. 21, K. 467, con l’ottima solista a interpretare un Mozart tutto sintonizzato sull’elemento perlé, particolarmente brillante specie nel primo movimento, nel quale davvero non si è persa nemmeno una nota della pur densa scrittura d’impianto. Detto di una buona intesa con l’ensemble, forse troppo compassato è sembrato l’oceanico Andante, restituito da Kravtchenko e i Virtuosi con eccessivo distacco, con suono piccolo e scarsa escursione dinamica: trasparente sì, ma leggero oltre misura, tenendo conto delle linee di tensione e dell’ambizione di superamento del distacco formalistico che ci pare evidente nello stile maturo del compositore.

Prima del finale beethoveniano, i Virtuosi hanno offerto una sapida esecuzione della Sinfonia in re Maggiore “La veneziana” di Salieri, pienamente appagante soprattutto per l’ottima differenziazione dei registri espressivi dei tre movimenti, dall’Allegro presto di incalzante conversazione tematica, al cantabile Andante grazioso, al rutilante, comico finale in Presto. Kravtchenko è quindi tornata sul palco per il Secondo concerto di Beethoven il quale, seppur ancora debitore di forma e gesto settecenteschi, certo mostra già, e in più di un’occasione, la mano dell’innovatore supremo. Anche per questo il pianismo della solista ucraino-italiana ci è parso maggiormente plastico, urgente, nel lirismo del secondo tema del primo movimento ad esempio, come nell’intensa cadenza del medesimo Allegro con brio, oppure nel decorativismo dell’Adagio, per finire con il vigore pur controllatissimo delle movenze da danza popolare del Rondò. Esecuzione di pregio, condotta da Kravtchenko con un dominio tecnico di altissimo profilo, controllo accurato dello spessore fonico (chissà, anche eccessivo talora, per chi – come chi scrive – pensa che anche questo Beethoven giovanile tenda all’epico-monumentale, per esempio nella dialettica primo/secondo tema dell’Allegro iniziale, che avremmo preferito ancor più sbalzato), buona intesa con l’ensemble. Vivissimo l’apprezzamento del folto pubblico, e due bis nei quali la pianista secondo noi ha mostrato la propria vena migliore: soprattutto nel Notturno n. 3, op. 9 di Chopin l’attitudine allo scavo nel suono puro, con tutto il suo portato di sensibilità bruciante, di pathos acceso pur nella nettezza delle linee, di cantabilità insieme dolcissima e drammatica (caratteri che puoi sentire per esempio nello straordinario Schumann registrato dalla pianista nel 2021) è stato restituito al pubblico veronese con dettaglio di legato naturale, di differenziazione timbrica perfettamente centrata sulla forma complessiva, di variazione dinamica, di transizioni armoniche su un minimo di rubato pregne di espressività poetica. Da lasciare incantati.

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