Sulla strada di casa
Con un programma che spazia tra Romanticismo e Novecento, la violoncellista Natalie Clein ritorna all’Unione Musicale di Torino, accompagnata dal pianista Cédric Pescia.
Torino, 21 gennaio 2026 – «Io non parlo italiano. Il mio violoncello sì». Così la violoncellista Natalie Clein, ospite dell’Unione Musicale di Torino insieme al pianista Cédric Pescia, ha lasciato che fosse il suono a prendere la parola. In quella frase leggera, quasi gettata nell’aria dopo l’evocativa Méditation hébraïque di Ernest Bloch, sembrava già contenuto l’intero senso del concerto: un racconto affidato a una voce antica, quella del violoncello “Simpson”, costruito proprio a Torino nel 1777 da Giovanni Battista Guadagnini, capace di farsi memoria, canto, presenza viva. Il programma, lontano da ogni logica puramente antologica, si presenta come un vero e proprio itinerario espressivo, costruito su contrasti ma anche su sottili risonanze interne. Alla spiritualità sospesa di Bloch risponde, per opposizione, l’asciuttezza rigorosa di Lutyens; alla densità emotiva e strutturale della Sonata brahmsiana fanno eco le tensioni trattenute della scrittura contemporanea di Elias, mentre Schubert chiude il percorso riportando l’ascolto a una dimensione di intima semplicità, quasi domestica. In questo gioco di rimandi, il violoncello e il pianoforte non si limitano a ripercorrere stili e linguaggi, ma li mettono in relazione, trasformando la successione dei brani in un discorso coerente, in cui il tempo storico si dilata e si comprime secondo una logica puramente musicale, come tappe di un cammino sulla strada di casa.
Viene da sé, in un impaginato così sfaccettato e vario, che non tutti i numeri musicali esercitino lo stesso grado di coinvolgimento sull’ascoltatore né aspirino alla medesima immediatezza comunicativa: se le 9 Bagatelles op. 10 di Elisabeth Lutyens (1906–1983), con la loro forma aforistica, frammentata e deliberatamente antiromantica, richiedono un ascolto vigile e concentrato, più incline alla riflessione che all’immedesimazione, pur offrendo allo strumento possibilità espressive ad ampio raggio, la Sonata in fa maggiore op. 99 di Johannes Brahms si impone invece per ampiezza di respiro e intensità, instaurando un rapporto immediato e partecipe con il pubblico grazie alla densità della scrittura e alla sua inconfondibile tensione. Con un’articolazione ridottissima, Pescia sa tessere alla tastiera un sostrato sonoro pastoso e avvolgente su cui la Clein innesta una linea di canto ampia e flessibile, capace di coniugare slancio passionale e controllo formale, mettendo in piena luce il carattere ardente e comunicativo della pagina brahmsiana. È una lettura, quella della violoncellista inglese, che si ammanta di un virtuosismo sorvegliato e mai esibito, sempre finalizzato alla chiarezza del discorso e al pathos dell’arco espressivo, che sa sì infiammarsi e ardere costantemente nell’Allegro vivace iniziale o nell’Allegro passionato – attraversato da un’energia inquieta e da un impulso ritmico incalzante –, ma anche vibrare con estrema delicatezza là nell’Adagio affettuoso in seconda posizione, dove il tempo sembra rilassarsi in un clima di intima confidenza, attraversato da una cantabilità raccolta e luminosa, più sussurrata che dichiarata.
D’altro canto, queste qualità sembrano trovare un naturale punto di convergenza nella pagina contemporanea: L’innominata di Brian Elias (1948), dedicata proprio a Natalie Clein e ascoltata per la prima volta in Italia, appare come una scrittura cucita su misura, in cui la seduzione timbrica e il tecnicismo brillante mettono in luce una personalità musicale capace di attraversare con disinvoltura zone di energia compressa e improvvise sospensioni liriche. In questo senso, la dedica dell’opera all’interprete non suona come un mero dato biografico, ma come il riconoscimento di una sintonia profonda tra musica e musicista.
Con la Sonata in la minore D. 821 di Franz Schubert, nota anche come Arpeggione, il percorso si chiude riportando l’ascolto a una dimensione di intima semplicità e di naturale cantabilità, dove il violoncello ritrova una voce quasi domestica, fatta di malinconia lieve, di lirismo disteso e di un’eleganza che sembra nascere senza sforzo, come un ritorno al canto dopo le tensioni e le fratture attraversate lungo il cammino. Clein e Pescia giocano ora qui in punta di fioretto, con un’intesa cameristica fatta di leggerezza, precisione e misura, lasciando emergere la trasparenza del discorso e quella grazia tutta schubertiana che trasforma la semplicità in pura poesia sonora.
Ancora due bis, il Preludio dalla Suite n. 1 in sol maggiore per violoncello solo BWV 1007 di Bach e Jewish Song da From Jewish Life, B.54 di Bloch, e poi tutti verso casa, felici di aver condiviso un’altra serata in compagnia dell’Unione Musicale.
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