L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Fede, struggimento e patria perduta

di Alberto Ponti

La bacchetta del giovane direttore tedesco-italiano, al suo debutto nella stagione dell'Orchestra Sinfonica Nazionale con un complesso programma dedicato alla prima metà del Novecento, è una piacevole rivelazione di inizio anno

TORINO; 30 gennaio 2026 - Se volete mettere in crisi un romano, fategli nominare il compositore Messiaen. La prima volta sarà 'Messian', la successiva 'Messien' ma le due vocali fuse insieme non verranno quasi mai. La battuta serve per introdurre il concerto dell'altra sera, che era però a Torino. Di norma piemontesi e lombardi, almeno quelli che hanno sentito parlare un po' di dialetto, non dovrebbero avere grandi difficoltà. E invece... una signora seduta non distante in galleria, dallo spiccato accento locale, nomina l'autore come in italiano si pronuncerebbe il dittongo in 'maestro', facendo sentire le vocali ben distanziate. Ma c'è di più: dopo aver esaminato il programma (Messiaen, Mahler, Rachmaninov), interpellata da un paio di amiche che, probabilmente poco avvezze alla frequentazione delle sale da concerto, le domandavano informazioni riconoscendo in lei un sapere superiore al proprio, la stessa signora sentenzia con sicurezza: 'Sono tutti musicisti russi'.

Se Guido Gozzano, nella celebre poesia Torino, citava 'certo ambiente caro a me, certi salotti beoti assai' dove qualcuno confessava '.. ma mi a teatrô i vad për divertime...' nulla nega che oggi, passato oltre un secolo, ci si possa andare anche per imparare. Chissà, magari la signora, pronuncia corretta o meno, andrà presto a cercare online un'esecuzione della Turangalîla-Symphonie ed avverrà, se non un piccolo miracolo, almeno una conversione.

Che le vie non solo delle signore ma soprattutto del Signore siano infinite lo sapeva bene Olivier Messiaen che nel 1930 crea, sotto la spinta della sua profonda fede cattolica, una 'meditazione sinfonica' intitolata Les Offrandes oubliées. Si tratta della prima opera per orchestra ritenuta matura, e di conseguenza non rigettata dall'autore dotato di acuto senso autocritico. Il breve trittico, articolato significativamente in La Croix, La péché e L'Eucharistie, è di rara esecuzione e dal vivo è sempre una scoperta, così come è una piacevole scoperta la direzione di Nicolò Umberto Foron, classe 1998, al suo debutto nella stagione dell'OSN Rai. Il giovane maestro di origine tedesco-italiana è dotato di un gesto di rara eleganza e dimostra di padroneggiare con gusto personale e precisione timbri e ritmi di una partitura assai impegnativa pur nella sua concisione, con le suggestioni di levità impressionistiche e debussiane dei tempi estremi che convivono, nella parte centrale dedicata alla tentazioni del peccato, con un'orchestrazione fortemente influenzata da Paul Dukas (del quale non a caso Messiaen fu allievo) e dal suo Apprenti sorcier.

Una certa trascendenza ultraterrena impronta pure i successivi Kindertotenlieder, ciclo di poesie di Friedrich Rückert messe in musica da Gustav Mahler nei primi anni del ventesimo secolo. Sono brani assai noti e sui quali sono stati versati fiumi di inchiostro attribuendo loro addirittura una funzione premonitoria nei confronti della morte di Maria, prima figlia del compositore e di Alma Schindler. Rimangono in ogni caso pagine di struggente e crepuscolare bellezza, interpretate per l'occasione dal mezzosoprano Fleur Barron, a lungo applaudita dopo l'intensa performance, che, col suo timbro scuro e ambrato ne restituisce per intero il fascino. La mano di Foron acquista in Mahler, che per l'occasione utilizza un'orchestra abbastanza ridotta, una particolare leggerezza e liquidità di fraseggio in grado di valorizzarne l'umore malinconico che, lasciando intravedere solo in filigrana una velata ombra di disperazione, finisce per amplificare attraverso le voci del canto e degli strumenti la tragicità dei testi, muovendosi sul terreno di un dolore trattenuto e quindi inconsolabile.

Un'alternanza tra volontà di estroversione e spirito negativo alimentato dalla nostalgia per una patria che l'autore non avrebbe più rivisto costituiscono l'ossatura delle Danze sinfoniche op. 45 (1940) del tardo Sergej Rachmaninov, altro pezzo intriso di contrasti inconciliabili. Anche in questo saggio di complessa scrittura orchestrale, dove sarebbe molto facile peccare di superficialità rifugiandosi in un brillante sfoggio di tecnica, le indubbie capacità di Foron si fanno apprezzare una volta di più. Ne consegue un'attenzione mai scontata agli impasti timbrici del lavoro, come ad esempio nella parte centrale del primo movimento quando il tema cantabile introdotto dal sassofono si avviluppa per oltre trenta battute nelle sole sonorità dei legni e del corno, oppure nel finale con la sovrapposizione del motivo del Dies Irae al ritmo 'danzante' che permea da capo a fondo l'episodio. Non solo: grazie a una percepibile, immediata sintonia con l'orchestra, cui si deve una prestazione maiuscola, la bacchetta di Foron riesce a imprimere una visione peculiare e a suo modo originale all'intera partitura, talvolta prendendosi qualche licenza negli attacchi ma curando a fondo le dinamiche, evitando i contrasti troppo marcati in una musica che, come tutto l'ultimo Rachmaninov, oscilla tra il mood di un romanticismo ormai prosciugato e stilizzato e un vago ma persistente sapore neoclassico. Il risultato è un discorso di elevata intensità e tensione emotiva che viene apprezzato dal pubblico dopo il fulminante accordo di chiusura con un calore e un entusiasmo che compensano ampiamente il numero non elevato dei presenti, forse in parte dirottati, nella serata di venerdì, dal concomitante concerto al Teatro Regio diretto da Wayne Marshall.

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