Un’intensa eleganza
Ospite abituale nei cartelloni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Beatrice Rana torna con un recital sold out. Il programma esplora soprattutto la musica russa a cavallo fra ‘800 e ‘900, con l’eccezione di Debussy: di Sergej Prokof’ev si esegue un’antologia dai Dieci pezzi per pianoforte da Romeo e Giulietta op. 75 e la Sonata n. 6 in la maggiore op. 82, di Pëtr Il’ič Čajkovskij una selezione dalla suite dello Schiaccianoci op. 71 (nella celebre trascrizione di Pletnev) e, infine, il Secondo libro degli Études di Claude Debussy.
ROMA, 28 gennaio 2026 – Nel corso degli ultimi anni, Beatrice Rana si è imposta sempre di più all’attenzione internazionale come una delle interpreti di riferimento della sua generazione: si può affermare, inoltre, che sia oggi la punta di diamante del pianismo italiano. Il pubblico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, fin dal suo concerto di esordio (il virtuosistico Primo di Čajkovskij) e dal suo primo recital (l’integrale delle Goldberg di Bach: la recensione) ne ha potuto apprezzare le doti indubbiamente cristalline. Non stupisce, dunque, che oggi il suo recital sia sold out, uno degli eventi più attesi della stagione da camera ceciliana.
Il programma è, al solito, studiatissimo: si apre e si chiude, in Ringkomposition, con Prokof’ev. Rana sceglie quattro momenti iconici fra quelli, trascritti dallo stesso autore, del balletto Romeo e Giulietta. Il gesto è elegantissimo, il pianismo non è mai sfoggio di vuota retorica, ma ogni brano risalta perché pregno di senso. Fin dai Pezzi per pianoforte da Romeo e Giulietta op. 75, l’interprete suona con gusto espressionistico, sottolineando dissonanze, con accordi pieni di tutto il loro peso. Il celeberrimo ballo I Montecchi e i Capuleti prorompe per energia, con un fraseggio dalle dinamiche marcate, eppure studiatissime. Ogni nota è ponderata, mai impostata; la melodia, dal peso elefantiaco, pensata per evocare l’odio delle faide aristocratiche, ne esce scontornato con una forza naturale, per nulla artificiale. La ieratica personalità del prelato in Frate Lorenzo è evocata con parco uso del pedale, in un’esecuzione equilibrata per le soffuse dinamiche. Giulietta, giovane ragazza viene colto nella sua giovanile freschezza, mentre i guizzi di Mercuzio sono perfetti per introdurre l’atmosfera del successivo autore, Claude Debussy. Solo chi ha sentito Rana più volte, nel corso degli anni, si può rendere conto di quanto abbia affinato la sua arte. Nell’esecuzione di Debussy non ci può praticamente essere sbavatura alcuna: si tratta di una musica cristallina, per questo di impervia resa. Rana, rispetto alle dinamiche con cui aveva letto Prokof’ev, addolcisce il tocco, sfuma il fraseggio, si serve sapientemente della risonanza della pedaliera; ne esce una lettura precisa e allo stesso tempo ricca di una calibrata morbidezza, il modo perfetto per affrontare le difficoltà tecniche poste dal secondo libro degli Ètudes, siano esse le note ribattute come gocce di pioggia (IX, Pour les notes répétées), le atmosfere sospese, cangianti come un quadro astratto (X, Pour les sonorités opposées) o acquatici abbellimenti (VIII, Pour les degrés chromatiques e XI, Pour les accords). Dalla ripetizione percussiva, passando per gli abbellimenti, fino all’astrazione sonora, tutta la florida scrittura debussiana è resa con misura ed equilibrio, senza, però, comportare la freddezza di tante ‘perfette’ esecuzioni: Rana trova sempre la sua strada, il suo colore, un certo qual colore sonoro che avvolge il pubblico.
Il secondo tempo si apre con tre pezzi dalla suite che Mikhail Pletnev trasse, negli anni Settanta, dallo Schiaccianoci di Čajkovskij. L’intensità del fraseggio di Beatrice Rana e la naturalezza delle dinamiche emergono nette, palpabili, come in Prokof’ev. La Marcia è scherzosamente argentina; la Danza della fata confetto seduce per la sua melodia enigmatica, dolcissima, che l’interprete incornicia in un accompagnamento acquatico; l’Intermezzo è pieno di lirismo e Rana ne accentua le dinamiche grazie a un lieve crescendo che, delicatamente, in progressione si stempera nelle brine finali. Come si era aperto, il concerto si chiude all’insegna di Prokof’ev, con la Sesta sonata. L’Allegro moderato (I) dà l’occasione all’interprete di sfoggiare tutta la sua prodigiosa tecnica: dal percussionismo puro, fauve, dell’incipit, al ginepraio dello sviluppo, dove la Rana deve districarsi fra cambi di accento, passaggi rapidi, intricate figurazioni, fino a zone sospese, dove il peso sonoro si rarefà. Nell’Allegretto Rana palesa un notevole gusto nel saper cavare motivi che accennano ad una danza nei ritmi martellanti; il movimento si increspa verso il finale e la Rana lo sottolinea senza appesantire, quasi pizzicando il pianoforte. L’interprete si serve di studiate dinamiche per acuire il portato emotivo del Temo di valzer (III), che Prokof’ev porta verso aree di mistero; Rana asseconda i sussulti quasi improvvisi disseminati in questo pezzo, che si sciolgono in vapori sonori – val bene ancora sottolineare il mirabile uso degli effetti della pedaliera. Nell’ultimo movimento, Vivace (IV), la pianista rende con splenda sgranatura il suono che fluisce, nel ritmo di toccata, interrotto da accessi sonori e oasi di stasi; il pezzo si palesa di enorme difficoltà nella realizzazione dei diversi effetti e colori, come nel calibrare le dissonanze: il risultato è magistrale. Gli applausi sono calorosi, la Rana (in dolce attesa) se li prende, meritatamente, regalando come bis l’Ètude op. 2, n. 1 di Scriabin e ancora uno studio di Debussy, l’Étude 6, pour les huit doigts.
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