L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Romanticismo tedesco

 di Stefano Ceccarelli

Daniele Gatti, nel presente concerto, affronta il romanticismo tedesco, suo repertorio d’elezione, nella sua prima anima ed in quella più matura: dal Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54 di Robert Schumann (alla tastiera Lukas Sternath) si passa alle Variazioni su un tema di Haydn op. 56a e alla Sinfonia n. 3 in fa maggiore op. 90 di Johannes Brahms.

ROMA, 30 gennaio 2026 – Quanto Robert Schumann ammirasse Johannes Brahms è cosa nota: anzi, fu proprio Schumann, con un articolo datato 1853, a far conoscere Brahms al grande pubblico tedesco, presentandolo come una rosea promessa della musica teutonica. Daniele Gatti, che ha indubbiamente una predilezione per il romanticismo tedesco, propone tre capolavori appartenenti a questo repertorio.

Il concerto inizia con un’ottima esecuzione delle Variazioni su un tema di Haydn di Brahms. Con gesto sicuro e sensibile, Gatti spagina la fantasia inesauribile della penna di Brahms, che trasforma e immerge un tema ieratico (dal «carattere “antico” e popolare», come opportunamente lo definisce Arrigo Quattrocchi, nel programma di sala) in atmosfere puramente romantiche – schumanniane, mendelssohniane, talora trionfanti, talaltre malinconiche. Gatti, con gesti semplici e chiari, equilibra i volumi orchestrali, riuscendo a conferire un ethos preciso ad ogni variazione; l’impressione complessiva è di eleganza, anche nell’espressione della malinconia, che si adatta al recupero che Brahms fa di questo tema. Il suono orchestrale è semplicemente mirabile. Il primo tempo culmina nell’esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra di Schumann, pianista Lucas Sternath, al debutto nei cartelloni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Sternath è un pianista serafico, quasi arcadico. Dotato di una tecnica certamente prodigiosa, palesa un notevole controllo del suono, mai portato all’estremo. Non è un pianista muscolare, ma elegantissimo, di cui si apprezza l’arte di fraseggiare con un cromatismo caldo, cangiante. Il I movimento riesce superbamente, ancora grazie ad una magnifica direzione di Gatti, curatissima nelle dinamiche. L’esecuzione è limpida, grazie anche allo slancio velato di malinconia, così romantico nella sua essenza, con cui Sternath fa cantare il pianoforte, nel melodiare espressivo del pezzo. La cadenza svela, più di altri momenti, che siamo davanti ad un pianista di tocco, ma tutt’altro che incolore: le dinamiche sono esaltate da un uso morbido del pedale e gli accordi sono netti. Il II movimento è una breve oasi in cui il pianista emerge in tutta la sua luce, visto che fraseggia con luminosa intimità: si tratta del momento migliore, forse, dell’intera performance di Sternath. Una morbida progressione armonica conduce all’attacco del III, che avviene con un’energia onirica, mai sforzata. La direzione di Gatti torna ad incidere con polso e si è come trasportati (durante lo sviluppo) in una dimensione trasognata, dove le fioriture dell’immaginazione schumanniana sono porte dall’interprete con mano fatata (indimenticabili i dolcissimi tremuli, come pure i trilli). L’energia del finale non promana dal volume, ma dalla grazia della scrittura schumanniana. Il pubblico mostra il suo gradimento con sonori applausi: Sternath regala, come bis, Morgen op. 27 n. 4 di Richard Strauss, nell’arrangiamento di Max Reger.

Nel secondo tempo Gatti propone la Terza di Brahms, che aveva già eseguito nei cartelloni di Santa Cecilia nel 1997. Fin dall’Allegro con brio (I) il pubblico può godere di una direzione splendida, sorretta da un’agogica rigorosa, millimetrica, senza che il bello della scrittura brahmsiana sia dispiegato in tutta la sua ricchezza. Forse qui per la prima volta stasera Gatti slancia l’orchestra, seguendo i momenti più eroici del pezzo: il suono è pieno, trascinante. Il tema lirico è espanso con tocchi tenui, giocando con i volumi, per aggiungere un tocco di intima grazia. Nell’Andante (II) il gesto si rilassa nelle pieghe dell’«elegante lirismo di un tema tutto nordico» (D. Spini, dal programma di sala): Gatti intende sottolineare l’afflato epico, a tratti religioso e sfrutta con intelligenza i volumi mediani, largheggiando quando basta per esaltare la bellezza degli impasti sonori brahmsiani. Personalissimo il fraseggio impiegato da Gatti per dirigere la «gemma forse ineguagliata dell’invenzione melodica di Brahms» (ancora Spini), cioè il tema d’apertura del Poco allegretto (III): il direttore indugia, rallenta, lavora sulle mezze voci degli strumenti per aumentare il senso di verticalizzazione; lo sviluppo presenta ancora il netto uso di un fraseggio indugiante, atto a risaltare l’aura malinconica del brano. L’attacco del IV movimento, sommesso, lascia il passo allo slancio dello sviluppo, mai strappando con l’orchestra; ne esce una resa nerboruta, ma non nervosa. Smagliante la repentina gestione dei cambi di ritmo, stupendo il corale finale, che sfuma nelle ultime note. Gli applausi sono meritatissimi.

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