L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dalla sala alla camera

Alexander Gadjiev, il Quartetto Consone e un magnifico Pleyel del 1858 sono protagonisti di un’interessantissima serata all’Unione Musicale di Torino: in programma il Quintetto op.44 di Schumann e il concerto per pianoforte op. 21, proposto nella riduzione per quartetto d’archi di Bartłomiej Kominek.
Torino, 4 febbraio 2026 – I concerti per pianoforte di Frédéric Chopin occupano una posizione anomala e affascinante nel repertorio romantico. Più che confrontarsi con la tradizione del grande concerto solistico, essi sembrano nascere da un’esigenza diversa, quella di creare uno spazio, pur collettivo, in cui il pianoforte possa cantare liberamente per farsi assoluto centro nevralgico del tessuto musicale. L’orchestra non è mai antagonista, né invadente interlocutrice dialettica; è piuttosto un paesaggio, è una cassa di risonanza in cui far riverberare il suono dell’avorio, un fondale discreto che consente al solista di dispiegare senza ostacoli la propria eloquenza poetica. In questa prospettiva, tanto il concerto in fa minore op. 21 quanto quello in mi minore op. 11, appaiono meno come opere pensate per l’imponenza della grande sala e più come dilatazioni di un pensiero intimo, raccolto, concepito per un ascolto ravvicinato che consenta all’uditore di cogliere la straordinarietà del dettato in tutte le sue sfaccettature. È proprio questa natura lirica a rendere convincenti e non azzardate le trasposizioni dei concerti in una dimensione cameristica. La riduzione dell’organico non semplifica il discorso, ma lo mette a nudo: la linea del pianoforte emerge con maggiore evidenza, offrendo al solista un ventaglio di possibilità ben più ampio, mentre il dialogo con gli archi - più flessibile e mobile - restituisce al fraseggio quella qualità vocale che contraddistingue lo stile del genio polacco. In un contesto raccolto, dunque, il concerto non perde respiro, ma acquista prossimità, come se l’ascoltatore fosse invitato a condividere lo spazio stesso della musica. Certo, la potenza della tastiera qui e là non trova nei pochi archi un vigoroso staffettista a cui passare il testimone di una narrazione talvolta drammatica e infuocata, ma pagine come il Larghetto del concerto in fa minore, con quei geniali tremoli nel “recitativo” della sezione centrale, rivelano come questa rarefazione apra scenari di indescrivibile bellezza, in cui il tempo sembra sospendersi e il pianoforte, liberato da ogni sovrastruttura, può finalmente abbandonarsi a un canto di assoluta purezza.
Ed è proprio il Larghetto, nel concerto che l’Unione Musicale affida ad Alexander Gadjiev e al Quartetto Consone, ad imporsi come il vertice emotivo dell’intera serata. A impreziosire il tutto, sul palcoscenico, un Pleyel del 1858, in luogo di uno Steinway nuovo di pacca, che il pianista italo-sloveno, artista in residenza qui al Conservatorio, suona con spiccata sensibilità di tocco. Il timbro dello strumento, vellutato e perlaceo nel registro medio, leggermente velato nei bassi e mai tagliente negli acuti, restituisce al suono una morbidezza naturale e una tavolozza dinamica di ampio raggio, esplorata e sfruttata in tutte le sue gradazioni, dalle mezze tinte più intime fino agli slanci di maggiore intensità, sempre ricondotti entro un dominio di grande finezza – esemplare, per dare un dettaglio, il pianissimo nella ripetizione delle terzine nella sezione marcata come brillante nella chiusura dell’Allegro vivace finale – . Ne emerge un secondo concerto animato da uno spirito tutt’altro che elegiaco: nella lettura di Gadjiev, Chopin non è mai abbandono né compiacimento malinconico, non è canto terminale né ripiegamento sentimentale. Anche nelle pagine più sospese affiora una forza vitale autentica, una tensione volitiva che attraversa il discorso musicale e lo mantiene costantemente in movimento. È un Chopin che vibra, che brilla, che avanza, sostenuto da un’energia mai esibita ma sempre presente. Un’interpretazione intensa e coerente, in cui il rubato sottrae per restituire, la flessione del tempo non è cedimento ma impulso, e il fraseggio procede come un respiro ampio e controllato, che si dilata e si contrae senza mai spezzarsi. Ne nasce un ritratto lontano da ogni immagine crepuscolare, restituito a una dimensione di energia lucida e consapevole, in cui la forza espressiva nasce dalla direzione e dalla volontà di un pensiero musicale che si staglia sul dettato con autentica autorevolezza.
Se in Chopin il pianoforte resta irriducibilmente centro e coscienza del discorso musicale, anche quando immerso in una dimensione cameristica, il passaggio al Quintetto per pianoforte e archi op. 44 di Robert Schumann segna un cambio di prospettiva altrettanto netto quanto rivelatore. Qui il Quartetto Consone trova maggior spazio per porre in risalto la propria identità timbrica – suonano strumenti storici – e la qualità del lavoro d’insieme, facendosi protagonista di un dialogo serrato e continuamente cangiante, nel quale le singole voci acquistano peso non per affermazione individuale – pur facendosi notare il violoncellista George Ross nei singoli interventi per il mordente del fraseggio e per la pastosità del timbro –, ma per la precisione dell’intreccio. Il gioco da camera si sposta ora su un piano più propriamente architettonico e drammaturgico, in cui l’energia musicale non si concentra su una voce privilegiata, ma circola e si redistribuisce costantemente tra i diversi attori. La peculiare opera di Schumann s’impone allora per l’iridescente vivacità del materiale tematico, restituita con slancio ed estro, per il pathos che accende l’Agitato del secondo movimento (In modo di una marcia), per l’impeccabile tecnicismo con cui ogni pagina è governata e che assicura alla formazione complicità, precisione negli incastri e pieno controllo dei frequenti cambi di carattere, consentendo all’arcata musicale di procedere con chiarezza dall’inizio alla fine.
Gli applausi scroscianti della sala sono interrotti solo dal Larghetto che Alexander Gadjiev e il Quartetto Consone offrono nuovamente come bis, chiudendo la serata con quella stessa pagina che ne è stata anche il vertice.
 
Leggi anche

 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.