Tra beatitudini e rovelli
Emmanuel Tjeknavorian sul podio e Mao Fujita al pianoforte si cimentano in un Mozart e un Brahms che ne mettono in luce le rispettive caratteristiche innate
TORINO, 5 febbraio 2026 - Chiamato in extremis per sostituire Andrés Orozco-Estrada, Emmanuel Tjeknavorian offre a un auditorium Toscanini particolarmente gremito una buona prova in tre amatissime opere del repertorio classico-romantico.
Insieme al direttore anche il programma va incontro a un piccolo cambiamento: in luogo della prevista ouverture da Euryanthe di Carl Maria von Weber è presentata l'ouverture da Oberon del medesimo autore, andata in scena per la prima volta a Londra nel 1826. La mano di Tjeknavorian si fa sentire con una concertazione sostenuta, dai tempi non forsennati nell'Allegro con fuoco, privilegiando il cesello timbrico di legni e ottoni, in primo luogo clarinetto e corno, e curando allo stesso tempo con attenzione il suono degli archi, evidente, per non fare che due esempi, non soltanto nell'alternanza di legato e staccato del tema principale esposto dai violini, ma anche nel passaggio all'unisono delle battute finali dove l'equilibrio tra le figurazioni ascendenti di violini, viole, violoncelli e contrabbassi e l'accompagnamento di note ribattute dei fiati e dei timpani, senza che un gruppo prevalga sugli altri, si rivela spesso un banco di prova per molte bacchette.
E un'abilità particolare è senza dubbio richiesta nel concerto n. 21 in do maggiore K 467 (1785), tra quelli cui Mozart demanda, per l'epoca, un organico relativamente ampio comprendente, in aggiunta all'orchestra standard settecentesca, corni, trombe e timpani. Accanto al maestro austriaco sul podio, al quale va riconosciuta una visione assai aerea ed apollinea del lavoro senza tuttavia rinunciare all’efficace caratterizzazione dei temi principali, siede alla tastiera Mao Fujita, classe 1998 e già apprezzato a Torino in anni recenti come interprete del grande salisburghese, che ritorna su un proprio territorio d'elezione. Fujita è un musicista dalla sensibilità raffinata, la cui arte è giocata quasi per intero sulle mezzetinte e sulla valorizzazione del chiaroscuro. Invano si ricercherà in lui la zampata preromantica, il presagio beethoveniano in questo concerto, proiettato verso il futuro al pari degli ultimi e più maturi contributi di Mozart al genere. Un dominio tecnico invidiabile, un tocco sempre pulito e cristallino, un suono di affascinante leggiadra che non sconfina mai nell'esuberanza e che forse proprio per la consapevolezza di volere rimanere all'interno di una sorta di hortus conclusus senza lasciarsi tentare dall'esplorazione al di fuori dei suoi confini, costituiscono la cifra stilistica di maggior tangibilità in Fujita. I risultati sono eccelsi nel celebre Andante, sogno ad occhi aperti con la melodia che fluisce con squisita ed eterea leggiadria dalle dita del solista nel ricamo continuo di arabeschi con l'orchestra. Nei tempi veloci, viceversa, si ha l'impressione di un controllo un poco eccessivo, di una deliberata intenzione di non voler oltrepassare le colonne d'Ercole di un virtuosismo e di un'espressività mantenute nei confini di un perfetto gioco intellettuale consistente nella ricostruzione di un paradiso perduto. Fanno eccezione le due cadenze, con l'entrata un gioco di forze a prima vista disgregatrici, che lasciano intravedere in controluce il Fujita eccelso interprete degli autori otto-novecenteschi, breve incursione fuori dal tempo prima di rientrare nell'alveo di un Mozart dallo sguardo più benevolo che conturbante.
A Tjeknavorian si deve, nella seconda parte della serata, un’interessante esecuzione della Prima Sinfonia in do minore op. 68 di Johannes Brahms, opera dalla genesi complessa e tormentata che impegnò il compositore per oltre vent’anni, dai primi abbozzi alla première di Karlsruhe del 1876. Colpisce, nella lettura dell’Orchestra Sinfonica Nazionale, la freschezza dell’approccio a un pezzo che spesso paga un tributo alla monumentalità con la quale è etichettato, nel suo ruolo di prima vera sinfonia postbeethoveniana (derivante dal famoso appellativo di ‘Decima’ coniato da Hans von Bülow). Il trentenne direttore, per nulla intimorito, si affida a una sezione degli archi ampia ma non enorme (con quattordici violini primi scendendo fino a sei contrabbassi), tralascia il ritornello del primo movimento, ed accentua con giovanile esuberanza i contrasti tra l’espansività melodica e la latente tensione costruttiva che percorre tutto il brano, anche nei due movimenti centrali di apparente maggior disimpegno. Si può dunque perdonare una certa irruenza soprattutto nell’Un poco sostenuto-Allegro che apre la sinfonia dove avrebbe forse giovato un andamento più meditato, un respiro meno incalzante per valorizzare al meglio alcune tra le migliori e più originali idee della produzione sinfonica dell’autore. Sarà dunque utile e intrigante il confronto con la Quarta di Brahms presentata tra pochi giorni ancora dall’Osn Rai sotto la guida di Michele Mariotti. Nondimeno Tkjeknavorian coglie particolarmente nel segno proprio nell’imponente finale, che prende avvio dalla parziale rielaborazione della melodia dell’Inno alla gioia di Beethoven, potendo contare su un’orchestra in grado di dominare in modo assoluto queste pagine del grande repertorio, con un’interpretazione incalzante ma di elevata precisione agogica e condotta in modo magistrale verso l’apoteosi delle ultime battute in tempo Più Allegro che non mancano di suscitare l’ovazione dell’intera sala accompagnata da sonori ‘Bravo’ diretti agli interpreti. Gli stessi che, al termine del concerto di Mozart, avevano chiamato in scena Fujita per sei volte dopo il concerto di Mozart.
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