L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Oboe d'amore

di Roberta Pedrotti

Albrecht Mayer, primo oboe dei Berliner Philharmoniker, torna nella stagione della Form con un programma che affianca Bach e Beethoven e lo vede solista eccellente e direttore di vaglia, in sempre maggior sintonia con l'orchestra.

MACERATA, 6 febbraio 2026 - Il ritorno di Albrecht Mayer con la Form nelle Marche completa il tour dello scorso anno (Fano, Ancona, Fabriano a cui si aggiunse la trasferta a Teramo) toccando questa volta Urbino, Macerata, San Severino e Montegranaro. Anche il programma sembra aggiungere un tassello al percorso intrapreso nel 2025, passando dall'asse Mozart-Beethoven a quello Bach-Beethoven, dalla ricostruzione di un concerto incompiuto del Salisburghese a un concerto per oboe d’amore (il BWV 1055R in la maggiore) e alla trascrizione di due pagine (il Corale-preludio “Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ” BWV 639 e l’aria “Erbarme Dich, mein Gott“, dalla Matthäus-Passion BWV 244) del Kantor. A Mozart un anno fa si affiancava lo slancio rivoluzionario dell’Eroica, mentre oggi Bach dialoga con l’Ottava, il momento, cioè, in cui Beethoven al culmine del suo percorso sinfonico sembra fare il punto ricordando le radici e il legame con il passato in dimensioni contenute, con il terzo movimento che torna al tempo di minuetto utilizzato solo nella Prima. 

L’associazione fra Bach e Beethoven, l’eco dell’opera del primo che, a dispetto di alterne fortune nel repertorio, si riverbera senza sosta nelle generazioni successive non è priva di rischi: potrebbe farsi pedante, asettica o, viceversa, ammantarsi di un certo qual sentimentalismo misticheggiante, in ogni caso finire per apparire forzata quando non vacua. Mayer non si perde in meandri insidiosi: niente, fuffa, insomma, e molta sincerità. Nessuna pretesa di trasformare un’orchestra sinfonica in un complesso specializzato di strumenti d’epoca, ma pure l'attenzione alle sonorità e al basso continuo, la sensibilità di entrare nel discorso musicale senza mai tradirlo, rispettando la complessità interna di una scrittura che - pensiamo soprattutto alla Matthäus-Passion - è quella di un supremo teorico, di un acuto teologo e di un finissimo drammaturgo, di chi coniuga il logos della forma con il pathos umano. Lodare bellezza del suono dell’oboe d’amore di Mayer, soffermarsi sulla cura del suo legato, sulla fluidità dell’articolazione e sulla forbitezza stilistica sembra quasi tautologico: il punto è con che calore tutto questo si può fare canto, così intelligente e sensibile, sia là dove assume effettivamente il ruolo della voce, sia quando si sublima in un’astrazione puramente strumentale. Il bis, con un’ammaliante “Lascia ch’io pianga”, intessuta di delicate variazioni e seducente anche nel lamento, non fa che confermarlo passando su un versante più propriamente mondano e teatrale, quello dell’opera di Handel, sovente raffigurata come complementare e antitetica alla produzione bachiana. Mayer dimostra che le sfumature sono molto più sottili e lo fa anche alternando la musica alle parole, declinando la comunicativa sublime dell’oboe barocco e quella dell’affabulatore dall’ironia peculiare, che racconta, spiega, intrattiene e, se è il caso, rimbrotta senza perdere un’aria di bonomia anche quando si fa pungente. Tutte caratteristiche che si riconoscono anche nel ventaglio espressivo e nella grazia ben tornita delle sue interpretazioni.

Nella prima parte, Mayer concerta da solista, da capofila e catalizzatore fra colleghi musicisti; nella seconda sale sul podio bacchetta in pugno, come da tradizione. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana lo segue in entrambi i casi con sollecitudine e cura; non è difficile, perché lo storico oboe dei Berliner non si presenta come uno dei tanti strumentisti (anche di vaglia) che si tolgono lo sfizio concertare contando su carisma e cultura musicale. Mayer dimostra di aver studiato e assimilato sul serio la tecnica direttoriale, la sintonia rispetto allo scorso anno pare affinata, è chiaro e preciso, sobrio ma eloquente nel proporre un Beethoven energico e scattante, assai vitale, ben rifinito nelle dinamiche e nei rapporti interni (si pensi agli equilibri di soli e sezioni nel terzo movimento o all’esuberante avvicendarsi dei temi nel quarto), sempre sotto controllo in un impeto calibrato per non finir travolto da sé stesso, accendendo, viceversa la sala in un meritatissimo successo. 

Certo, sarebbe stato ancor più meritato vedere il Lauro Rossi esaurito: gli assenti si sono persi quello che si potrebbe già predire come uno dei migliori concerti della stagione marchigiana e non resta che sperare per un prossimo anno che per Mayer possa valere il detto “non c’è due senza tre”.

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Ancona/Jesi, concerto Taverna/Bamert/Form, 30-31/01/2026

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