L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Malinconia eroica

 di Stefano Ceccarelli

Lorenzo Viotti dirige un concerto che vede l’esecuzione del Concerto per violoncello e orchestra in mi minore di Edward Elgar, solista Ettore Pagano, e la Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64 di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

ROMA, 7 febbraio 2026 – Lorenzo Viotti, direttore che ha nell’impeto la sua dote principale, torna a dirigere gli accademici di Santa Cecilia in un concerto tutto tardo-romantico. Infatti, benché Edward Elgar non possa anagraficamente definirsi tale (muore nel 1934), la sua ispirazione è decisamente tardo-romantica, in un momento in cui l’Europa musicale sperimentava e virava decisamente altrove. Il Concerto per violoncello di Elgar ne è la prova: una scrittura pregna di malinconia tardoromantica, composta nel 1919. Al posto dell’atteso Sheku Kanneh-Mason, infortunatosi, purtroppo, proprio ad una mano, sale sul podio un cristallino talento romano: Ettore Pagano, che torna dopo il suo ottimo debutto dello scorso anno (la recensione). La direzione di Viotti è certamente sensibile, morbida, intimistica, lasciando al violoncello libertà di espandere la linea melodica. In particolare, il Lento (II) e l’Adagio (III) vengono interpretati magistralmente, con grande espressività: Viotti è direttore di polso, ma qui dimostra di saper carezzare il suono. Pagano riesce nel compito di conferire colore ad una parte, quella del violoncello, che attraversa un’anima eroica e, allo stesso tempo, malinconica; il fraseggio è calibrato, le note intensamente vibrate, le frasi evocano brine nordiche. Non si dimentichi, poi, l’abilità di Pagano nei filati (forse una sua specialità) e nelle varie fioriture, producendo un suono pieno. L’ultimo movimento, in particolare, vibra marcatamente nelle variazioni di tempo, assecondate dalla mano di Viotti. Pagano dà prova di essere un virtuoso, affrontando con piglio una scrittura che volentieri si abbandona a slanci, riuscendo al contempo a far vibrare profondamente le corde dello strumento, anche nelle volate degli abbellimenti. Il Concerto per violoncello di Elgar, pur non essendo baciato dalle Muse, possiede belle pagine, cariche di un sentimento di eroica malinconia che pure Čajkovskij, come vedremo, conosceva bene. Pagano ha certamente ancora una lunga carriera davanti a sé e grazie a questa tecnica mirabile potrà migliorare anche nell’interpretazione, magari aggiungendo maggior fuoco nella sua lettura. L’interprete saluta il pubblico che applaude con un bis: Julie-O di Mark Summer, pezzo che si muove fra sonorità rock e country e che mostra un lato più spigliato di Pagano.

Nel secondo tempo Viotti dirige la Quinta di Čajkovskij. Partitura tra le più profonde del compositore, paragonabile alla sola Sesta, la Quinta è un banco di prova per ogni direttore. Fin dal I movimento (Andante. Allegro con anima) Viotti sembra trascinato da uno spirito dionisiaco. Le parti più emotive, come il tema principale (affidato ai legni), sono lette con freschezza impareggiabile, stirando quasi l’agogica per ravvivare gli effetti cromatici. La verticalizzazione dell’orchestra è prodigiosa e svela il lato muscolare della sua direzione. L’impressione generale è ottima, lasciando un senso di energica vitalità, frutto di scelte effettivamente ben calibrate. Purtroppo, l’Andante cantabile (II) riesce assai meno bene, a causa dell’assolo del corno nel tema principale: Pellarin non è evidentemente in giornata, il suono si sfibra, l’intonazione è periclitante – insomma, il risultato lascia decisamente a desiderare. Peraltro, la direzione di Viotti, che largheggia proprio nel tema principale per farlo assaporare agli ascoltatori in sala, non fa che peggiorare la situazione. Il resto del movimento, però, ovvero la riesposizione dei violini e lo sviluppo, è mirabile: Viotti riesce a trovare accenti epici nello sviluppo, grazie ad un polso fermo. L’eleganza che il direttore pone nel dirigere questo Andante si vede pure nel percettibile rallentando con cui varia, lievemente, la terza esposizione del tema, prima di sfumare l’orchestra nel finale. La brillantezza del Valzer (III) è intesa da Viotti nel segno dei contrasti dinamici accentuati (rallentamenti seguiti da accelerazioni improvvise) e delle verticalizzazioni di volume. L’ultimo movimento (IV) inizia, in maniera direi originale, con un ammorbidimento degli accordi iniziali: Viotti vuole, mi pare, accentuare la climax per slanciare il tema trionfalistico, che scolpisce a piena orchestra – qualcuno potrebbe obiettare che il volume orchestrale è eccessivamente roboante, ma è questione di gusti. Lo slancio ritmico non si spegne mai, ingentilito nel suo procedere nerboruto da momenti lirici: stupendo il finale, pervaso da continua tensione. Gli applausi invadono la sala.

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