Lieder con e senza parole
Pregevole l’appuntamento nel cartellone della stagione cameristica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia: un concerto del soprano Asmik Grigorian e del pianista Lukas Geniušas. L’equilibratissimo programma si muove, nel primo tempo, fra i Vocalise di Ravel, Fauré, Hahn, Messiaen e Rachmaninov, mentre nel secondo approfondisce un autore feticcio della Grigorian, Richard Strauss (Vier letzte Lieder, Zueignung e Cäcilie). Geniušas, che accompagna magistralmente la cantante, si esibisce, da solo, nei Chants du Rhin di Bizet e negli Stimmungsbilder op. 9 di Strauss.
ROMA, 11 febbraio 2026 – Dà l’aria di essere uno spirito libero, in qualche modo indomito, Asmik Grigorian. Certamente, non le si può negare un fascino magnetico, che tiene il pubblico incollato quando canta. Un timbro tutt’altro che etereo, brunito, la verve interpretativa dal fuoco innegabile, la voce che si proietta e verticalizza con facilità, possedendo, inoltre, un certo qual calore, sono solo i più evidenti doni della sua voce: anche i vibrati hanno un’intensità magnetica. Il suo accompagnatore, Lukas Geniušas, sa valorizzare queste caratteristiche al meglio. Con queste premesse, il concerto ammalia gli ascoltatori fin dall’inizio; un concerto, questo, studiatissimo in quanto a disposizione di brani.
Tutto il primo tempo, infatti, approfondisce la produzione di Vocalise di autori, prevalentemente francesi, a cavallo fra Otto e Novecento. Si inizia con il Vocalise-Étude en forme de Habanera di Maurice Ravel, dalle sfumature orientaleggianti, che vanno quasi a scavare in un gusto primitiveggiante. L’esecuzione della coppia è magnifica: in particolare, la Grigorian mostra fin da sùbito tutte le potenzialità espressive del suo mezzo vocale, nei giochi di colori e dinamiche, senza alcun ausilio delle parole. La sinergia fra i due interpreti prosegue così per tutto il resto della serata. Il Vocalise-Étude di Gabriel Fauré mette in risalto una maggiore drammaticità ed un fraseggio ‘senza parole’, più eloquente, però, di molte arie che ne sono dotate. Una vera e propria lezione di canto e di gusto è l’interpretazione del Vocalise-Étude di Reynaldo Hahn, che ha per sottotitolo Souvenir de Constantinople: Grigorian intona i melismi e gli arabeschi orientaleggianti con ottimo controllo del fiato, incantando gli ascoltatori grazie alle sfumature cromatiche. A metà del programma del primo tempo (come avverrà anche nel secondo) Geniušas si esibisce da solo, in una serie di brani tratti dai Chants du Rhin op. 4 di Georges Bizet. Dotato di un tocco flautato e di una naturale cantabilità, il primo pezzo, L’aurore, riesce di graziosa dolcezza, di una liquida luminosità; Les rêves (n. 3), trasognante, è più teso in certi passaggi e Geniušas ne coglie bene il senso, soprattutto nel fraseggio. Ma l’interprete possiede anche ottime doti ritmiche, come mostra nell’esecuzione di Le départ (n. 2) e di Le retour (n. 6), vivace e scanzonato: si apprezza, qui, la sgranatura del suono. Ottima questa scelta di un intermezzo bizetiano, tanto più che questo compositore fu un grande bozzettista, come dimostrano queste piccole perle. Torna la Grigorian e si prosegue con il Vocalise-Étude di Olivier Messiaen: la linea melodica, dalle sonorità chiaramente andaluse, è magnificamente resa dall’interprete – ancora, gli echi primitivi e rituali si stemperano nella seducente dolcezza della melodia. Si conclude con il celebre Vocalise op. 34 n. 14 di Sergej Rachmaninov, che è stato più volte trascritto per vari strumenti (inclusa l’orchestra intera): la sua intensa drammaticità, svelata dai netti colori della tessitura mediana del soprano, abbraccia emozioni di una dolce malinconia. Gli interpreti ricevono già calorosissimi applausi.
Il secondo tempo è tutto dedicato a Richard Strauss, di cui la Grigorian è affezionata interprete. La lituana aveva, infatti, già esordito nei cartelloni dell’Accademia con i Vier letzte Lieder di Strauss, nella versione per grande orchestra, sotto la direzione di Pappano (2023). Ora li ripropone in quella per pianoforte. Si tratta di lieder celebri, da alcuni considerati il canto del cigno di questo genere (affermazione, storicamente parlando, comunque inesatta), attraenti anche perché mantengono «una tonalità allargata, ma non infranta, dalla vocalità di grande respiro» (E. Battaglia, dal programma di sala). Ancor più che nei Vocalise, con cui i Vier letzte Lieder condividono il librarsi della voce oltre il testo poetico (Battaglia scrive: «qui sente le parole prendere il volo, si torna alla dimensione del vocalizzo senza tuttavia rinunciare alla poesia»), la Grigorian sfoggia una linea di canto rinforzata, dalle aree mediane fino alle voluminose verticalizzazioni: il fraseggio è studiato, la potenza della voce si mostra al suo apogeo, ingentilita da un vibrato ben a fuoco. September scorre malinconico, Beim Schlafengehen ipnotico e in Frühling la cantante mostra le sue doti più liriche. Im Abendrot risuona di misticismo, con la Grigorian che dipinge un canto sfumato ed il pianista che indugia, soprattutto nel finale, trasportando gli ascoltatori in una dimensione surreale, scandita da pudici tremuli del pianoforte. Dopo una lunga pausa contemplativa, i due si abbracciano fra calorosi applausi. Viene ora, nuovamente, il momento di ascoltare il solo Geniušas, che esegue gli Stimmungsbilder op. 9 di Strauss. Questi pezzi fungono perfettamente da ‘pausa’, confermando la bravura del russo come interprete di musica bozzettistica. Am einsam Quelle esce trasognato, fatato; Intermezzo è scanzonato, ricordando molto i precedenti pezzi di Bizet; Geniušas è attentissimo al colore precipuo di tutto ciò che interpreta, come nel sospeso Träumerei: si comprende perché vada così musicalmente d’accordo con la Grigorian, che possiede questa medesima sensibilità. Il soprano rientra in scena con due altri lieder di Strauss: Zueignung e Cäcilie, due caldi slanci, un po’ la quintessenza del linguaggio amoroso di Strauss, in cui la lituana dimostra lo smalto della sua voce, in particolare per gli acuti penetranti e centrati. Gli applausi riempiono la sala: il pubblico è in estasi e chiede a gran voce dei bis, che immancabilmente arrivano – Morgen, op. 27 n. 4 di Strauss e Acque di Primavera, op. 14 n. 11 di Rachmaninov.
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