L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Questioni di genere

di Roberta Pedrotti

Approda nelle Marche il primo Concerto per pianoforte e orchestra di Dardust, musicista ascolano assai noto nel mondo pop: la risposta del pubblico non si fa attendere, anche se la partitura non s'imprime nella memoria per qualità particolari. Sul podio della Form, in un programma che prevede anche pagine mozartiane, il giovane e promettente Davide Trolton.

PESARO 14 febbraio 2026 - Ben noto nel mondo extra classico (il suo curriculum è fitto di nomi da Vasco Rossi a Fedez, da Elodie a Luca Carboni, da Emma a Francesco Renga) e marchigiano, Dardust, al secolo Dario Faini, nato ad Ascoli Piceno nel 1976, non poteva non portare il suo primo concerto per pianoforte e orchestra nella sua terra d’origine dopo il debutto il mese scorso con I Pomeriggi Musicali di Milano e la ripresa con un’altra ICO, l’Orchestra della Magna Grecia, più dedita i programmi pop e crossover. E, in effetti, quella della definizione di genere è questione che balza repentina alla mente, non come valutazione a priori, bensì come corretta collocazione e interpretazione del testo.

Il concerto - l'ambiziosa numerazione fa pensare che a seguire ce ne sia un altro, se non già pronto nel cassetto, almeno in cantiere - è senza dubbio un concerto per pianoforte e orchestra, tale è l’organico, tale la distribuzione delle parti, tale pure la classica scansione in tre movimenti. Basta quest’elemento strutturale per inserire il lavoro di Dardust (in collaborazione con Ze in the Clouds e Alberto Cipolla per l’orchestrazione) nello stesso insieme dei concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven o di Čajkovskij? Sul piano della forma chiaramente sì, ma nella sostanza rischia di invidiare i manzoniani vasi di coccio fra vasi di ferro. L’ispirazione è eclettica, fra iterazioni di elementi essenziali che rimandano al minimalismo o progressioni di arpeggi che ricercano sonorità à la Debussy o à la Gershwin, tuttavia latita poi una personalità definita, un’organicità di scrittura, una vena melodica riconoscibile. Si avverte una fragililità in questo concerto e la presenza - si direbbe in posizione di cadenza nel secondo movimento con riprese poi nel terzo - di un dj set appare indecisa fra firma d’autore e commistione contemporanea (una sorta di variante sul tema del live electronic), infine, sostanzialmente, innecessaria. Se si pensa a un altro concerto di vocazione sincretica proposto dalla Form, quello con Nicola Piovani dello scorso anno, la distanza è palese, perché, benché il Canto dei neutrini non abbia concretizzato le sue ambizioni, le suite cinematografiche potevano contare su una capacità evocativa e su una cantabilità di indubbio effetto. Invece, in questo caso, si può apprezzare l’impegno sincero di Dardust e tuttavia il risultato fatica a inquadrarsi nella definizione di un genere uscendone indenne: la scrittura è tanto semplice e prudente da apparire titubante di fronte al respiro e alle proporzioni di un progetto sinfonico, valutandolo come tale, né nell’invenzione melodica e nell’energia ritmica appaga le aspettative sul piano più pop. Difatti, gli applausi sono cordiali ma non travolgenti, né dai numerosi attratti dalla fama “leggera” né dagli habitué di Mozart e Brahms. Naturalmente, non si tratta di proporre paragoni improbabili e ingenerosi, ma di riflettere sull’attrattiva “nobilitante” di un genere e sulla ricerca, anche al di là delle etichette, di un’identità. Quale che sia la definizione e la relativa sfumatura di significato che si preferisce adottare (classica, extra classica, musica d’arte, colta, forte, pop, leggera, assoluta, d’uso…), non c’è nulla di male nell'aderirvi e in ogni ambito abbiamo capolavori, prodotti buoni, ordinari o scadenti, ma quando si varcano i confini è fondamentale una scelta creativa personale, decisa, riconoscibile, altrimenti il rischio è di fare un passo non oltre, bensì indietro rispetto a quei confini. Di fermarsi insomma in quel limbo rassicurante e diluito in cui vivacchia buona parte di quel “classico  pop” che di fatto, pur pescando qua e là ascendenze storiche addomesticate, emula la linea degli Allevi e dei Bosso. 

L’impressione è confermata dai due bis con orchestra, favoriti tuttavia da proporzioni più contenute e meglio controlalte, Sunset on Mars e Urban Impressionism: l’atteggiamento del solista/compositore non fa trasparire divismo (che sarebbe anche autorizzato dell'affluenza di pubblico e dai tentativi dei fan di accedere ai camerini nell’intervallo), è sinceramente serio, fedele a sé stesso senza voler indossare una maschera “classica”. A maggior ragione, dunque, speriamo che in un genere, nell’altro o in una creazione personale alternativa sappia in futuro definire una sua più interessante identità musicale.

Non si può dire, peraltro, che abbia giocato in favore di Dardust l’accostamento con Mozart, tanto per altri versi benvenuto: l’ouverture delle Nozze di Figaro in apertura di programma e la Sinfonia n.40 per la seconda parte sono la dimostrazione più perfetta di cosa significhi poter essere immediati, accattivanti, godibili (chi non ha mai inteso il celeberrimo attacco della sinfonia? E chi può non amarlo?) in una sostanza altissima condensata in pochi minuti o dispiegata in ampie e complesse proporzioni; anzi, più è profonda e raffinata la scrittura più si rinnova ad ogni ascolto, si presta a diverse fruizione, diventa eterna e non si può mettere a cuccia a fare da sottofondo, anche se alla fine regge perfino quando ne estraggono un jingle. Chiaro, stiamo parlando di uno dei massimi geni della storia dell’umanità, ma non si pretende di eguagliarli, solo di averli come monito per fare sempre il meglio possibile in qualsivoglia genere  e ambito.

Ragione d’indubbio interesse, specie nel cimento mozartiano, è il ritorno sul podio della Form di Davide Trolton, direttore che giovane lo è sul serio (classe 2001) e val la pena di ascoltare con attenzione nella sua crescita. Qui a Pesaro, per la stagione dell'Ente Concerti, deve fronteggiare una condizione non proprio ideale, chiuso temporaneamente per lavori il Teatro Rossini e collocati nel Teatro Sperimentale, vale a dire in un’acustica laboriosa (ne fanno le spese i fiati nel terzo movimento) e in un clima tropicale (gelido d’estate e torrido d’inverno, risolte le urgenze ben più pressanti della storica sala di piazza Lazzarini e dell’Auditorium Pedrotti, ci auguriamo che prima o poi lo spazio intitolato a Odoardo Giansanti “Pasqualon” si doti di un buon termostato). Inevitabile che il primo pensiero sia rivolto al controllo complessivo, alla solidità del gesto e dell’insieme, a una gestione dei tempi equilibrata, tutte esigenze pragmatiche che non lo trovano impreparato. Sicuramente ci saranno tempo e situazioni per saggiare anche lo sviluppo di una maggior fluidità di fraseggio, di una più riconoscibile personalità. Il che non vuole dire stravaganza, anzi: ben venga un direttore che, a nemmeno venticinque anni, pensi prima di tutto a fare funzionare bene le cose e non a farsi notare con effetti eclatanti. Si conferma e consolida l'impressione di promettente serietà dello scorso anno. Se poi son rose, fioriranno.

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