Il maestro e l’allievo
All’Accademia di Santa Cecilia Alexander Soddy porta un programma che esplora la musica di Gabriel Fauré (Pavane per coro e orchestra op. 50 e la Messe de Requiem op. 48) e del migliore dei suoi allievi, Maurice Ravel (Shéhérazade e La Valse). L’esecuzione rimarrà impressa in quanti erano in sala, anche grazie all’apporto dei due solisti, Mikhail Timoshenko e, in particolare, Golda Schultz – sublime in Shéhérazade.
ROMA, 14 febbraio 2026 – Il rapporto fra la ‘devota Albione’ e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia non può che dirsi fecondo: i suoi due ultimi direttori stabili, Pappano e il successore Harding, attualmente in carica, sono inglesi, come lo è Alexander Soddy, che torna nei cartelloni della massima istituzione musicale italiana a due anni dal suo debutto. Soddy, peraltro, porta un concerto riuscitissimo, fra i migliori finora, per qualità, della corrente stagione; il programma attraversa il miglior fiore della musica francese a cavallo fra Otto e Novecento, rappresentato qui da Gabriel Fauré e dal suo più talentuoso allievo, Maurice Ravel.
Il primo tempo è un omaggio al meglio della musica di Fauré, di cui la Pavane per coro e orchestra op. 50 è certamente uno dei gioielli. La Pavane, celebre anche per «quella combinazione di semplicità, eleganza e charme […] la personalissima cifra stilistica di Fauré» (R. Pecci, dal programma di sala), riesce benissimo. Soddy cava dall’orchestra un suono vellutato, attentissimo ai volumi, nelle loro variazioni anche più impercettibili. La melodia intonata dal flauto (Andrea Oliva) è mirabile: il motivo scorre leggero, galante, diafano. Il coro culla la melodia, intonatissimo: non manca persino un po’ di ironia, come si comprende badando alle parole del testo – ironia, peraltro, assente nella musica, ondeggiante fra malinconia e galanteria. Si prosegue con un altro capolavoro di Fauré, il Requiem. Ancora, l’ottima direzione dell’inglese, misurata, esalta l’edenica dolcezza della partitura; Soddy carezza le melodie che imperlano la partitura, con il coro che si libra sulla musica, cavando accenti sublimi: si pensi alla bellezza mistica dell’Offertoire, le cui frasi sono intonate su mezze voci, dolcemente vibrate. L’arte di Fauré, che si muove per giustapposizioni tonali, trasporta l’ascoltatore in una dimensione sospesa, ma pregna di speranza. I due cantanti regalano ottime performances. Mikhail Timoshenko, baritono dalla voce uniforme ed a fuoco, con risonanze bronzee, sussurra quasi l’Offertoire, dimostrando buona sensibilità. Il Sanctus scorre di una dolcezza eterea. Golda Schultz, dalla voce angelica, ma anche penetrante, ricca di armonici, ben proiettata e dotata di un espressivo vibrato, incanta nel Pie Jesu, interpretato con casta delicatezza. Soddy si mostra abilissimo nell’Agnus Dei, soprattutto nel trascolorare le sonorità angeliche fino al dramma: dopo un indimenticabile filato del coro sulla parola «lux» le atmosfere si turbano e Fauré inserisce una tragicità inaudita fino a questo momento, anche se stemperata. Nel Libera me Timoshenko arrotonda bene la voce, non perdendo aderenza e nobilità di fraseggio. Il finale In Paradisum riporta gli ascoltatori nell’Empireo, caratterizzato da sonorità che guardano al futuro (si pensi al modulo ripetuto dall’organo, che ha un sapore minimalista, persino anticipante sonorità techno). Tutti gli interpreti ricevono meritati applausi.
Il secondo tempo è dedicato interamente al pupillo di Fauré, Maurice Ravel. L’esecuzione di Shéhérazade è indimenticabile, per la sinergia ottima fra Soddy e Schultz. Il britannico ha una sensibilità ammirevole, pare nato per dirigere questo repertorio. La cura miniaturistica con cui dirige e regola volumi, colori e sfumature è splendida. Fin da Asie, dove i vapori orchestrali intessono melodie orientaleggianti, la voce candida, calda, intonatissima della Schultz si libra alata: tutto risulta perfetto, dai vibrati, ai colori. Nella Flûte enchantée, il secondo brano, queste caratteristiche toccano la vetta: il dialogo dell’interprete con il flauto è tanto bello da risultare ipnotico. Nell’ultimo, L’indifférent, aleggia un’atmosfera di mistero, colta dalla recitazione vocale della cantante, che gioca con le increspature sottolineate in orchestra da Soddy. Il concerto termina in un tripudio di applausi per un’esecuzione indimenticabile della Valse. Il direttore cava lentamente dalla partitura il ritmo iconico del valzer fra le sonorità acide e graffianti della prima parte del pezzo; ottima la gestione della climax, al culmine della quale Soddy dispiega a tutto volume l’orchestra. L’inglese ha il merito di riuscire a trascinare gli ascoltatori in un tragico volteggiare, un turbinio angosciante e grottesco, terminato il quale scattano immediati i già ricordati applausi.
Leggi anche
Firenze, concerto Soddy/MMF - Salome, 26-27/04/2025
Milano, Götterdämmerung, 08/02/2026
