L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Resurrezione!

di Sergio Albertini

La seconda sinfonia di Mahler concertata magnificamente da Pietari Inkinen con le voci soliste di Teresa Iervolino e Nicole Wacker mostra l'alto livello raggiunto dai complessi del Teatro Lirico di Cagliari.

CAGLIARI 14 febbraio 2026 - Nel gennaio 2019, ad inaugurazione dell'allora stagione sinfonica, il Lirico di Cagliari scelse la Seconda sinfonia di Mahler per la direzione di Donato Renzetti (fu una stagione fortemente segnata nel nome di Mahler: nello stesso anno l'esecuzione della Quarta con Massimo Zanetti e il soprano Fatma Said e Das Lied von der Erde con Lü Jia ). Sette anni dopo la monumentale sinfonia torna, e torna con un forte cambio generazionale: sul podio Pietari Inkinen. Conviene ricordare, in questi tempi di chiacchiericcio sui 'giovani direttori', qualche tappa nella carriera del quarantacinquenne finlandese. Ad esempio, la musica di Richard Wagner ha occupato un posto centrale nel suo percorso artistico. Nel 2023 ha diretto la nuova produzione del Ring al Festival di Bayreuth (con la regia di Valentin Schwarz); nello stesso festival wagneriano, nell'estate del 2021, aveva diretto la semiscenica curata dall'artista Hermann Nitsch di Die Walküre. Le sue acclamate interpretazioni del ciclo del Ring per Opera Australia nel 2013 e nel 2016 gli sono valse l'Helpmann Award 2014 per la Migliore Direzione Musicale e il Green Room Award 2016 come Miglior Direttore d'Opera. Nel 2014 la produzione da lui diretta di Das Rheingold al Teatro Massimo di Palermo ha vinto il Premio Franco Abbiati dell'Associazione Italiana Critici Musicali per il miglior spettacolo.

Una tecnica a dir poco eccezionale ha sottolineato un debutto assoluto (dirigeva per la prima volta questa monumentale sinfonia) sul podio di un'orchestra e di un coro irrorati da una luce sonora particolare, indicatore del livello delle masse artistiche cagliaritane, per le quali auspichiamo possa realizzarsi una tournée nazionale o internazionale che ne faccia conoscere e diffondere la qualità raggiunta; se poi si riuscisse ad ottenere anche qualche diretta o differita su RadioTre, ancora meglio.

Gustav Mahler, una delle ultime grandi figure del tardo romanticismo, fu allo stesso tempo uno dei precursori della musica del XX secolo. La sua personalità e la sua scrittura complessa esprimevano apertamente la sua sofferenza emotiva e fisica; in aggiunta, la sua origine ebraica e una musica che esprimeva una lotta contro l'incertezza dell'esistenza contrastava con una cultura di fine secolo che si nascondeva dietro una facciata di stabilità e superficialità.

Nonostante l'antisemitismo austriaco, l'ascesa di Mahler come direttore d'orchestra lo portò, nell'estate del 1880, all'età di 20 anni, ad ottenere il suo primo incarico in un piccolo teatro estivo; 17 anni dopo fu Kapellmeister e poi direttore della più prestigiosa organizzazione musicale dell'epoca, la Hofoper, futura Staatsoper, di Vienna.

Mahler impiegò sei anni per portare a termine la sua Seconda sinfonia; nel 1886, dopo aver eseguito il suo completamento dell'opera incompiuta di Weber Die drei Pintos, nella sua camera da letto ebbe una visione allucinatoria di se stesso sul suo feretro circondato da fiori. Il sogno ispirò quello che sarebbe diventato il primo movimento della Sinfonia, che intitolò Totenfeier (Rito funebre). Un blocco sul destino di quella pagina (farne un poema sinfonico autonomo?) lo fermò sino al 1893, quando decise che sarebbe divenuto il primo movimento di una nuova sinfonia; completò gli schizzi di tutti i movimenti tranne l'ultimo. La genesi della conclusione della Seconda nasce nel febbraio del 1894, ai funerali di Hans von Bülow, che procurarono a Mahler uno choc durante la cerimonia: “In quel momento nella tribuna dell'organo, il coro intonò il corale di Klopstock Aufsteh'n. Fu come una illuminazione per la mia anima”.

Inkinen ha una percezione davvero profonda dell'architettura della sinfonia, pagina di indubbia e notevole difficoltà interpretativa; rende perfettamente leggibile la progressione dall'oscurità alla luce, nel porgere in evidenza le singole sezioni, nella paletta dinamica ricchissima, aggiungendo (ed ottenendo dalle maestranze artistiche) una forte intensità emotiva, ma anche la malinconica, apparente leggerezza nel secondo movimento di Ländler. Nel primo movimento il direttore ha sottolineato, ma senza enfasi, i contrasti, rendendo immediatamente lacerante l'apertura della grande marcia funebre. I violoncelli, ma soprattutto gli otto contrabbassi (meritano una citazione: Sandro Fontoni, Andrea Cocco, Simone Guarneri, Andrea Piras, Giovanni Chiaramonte, Alessio Povolo, Stefano Colobelli, Hugo A.Soto Mendoza) hanno reso questa quasi ringhiosa disperazione con arcate potenti, sonore, cupe, con impressionanti affondi nel registo grave. Nello sviluppo, vale segnalare la melopea affidata al corno iglese (Francesca Viero, affiancata da Stefania Abondio), e la nettezza dei corni (Lorenzo Panebianco, Angelo Borroni, Federico Mauri, Lorenzo Scolaro, Luca Agus, Alessandro Ferrari, Alessandro Cossu, Luca Marin Leone, Antonio Dettori, Michele Garofalo, Roberto Mura) che citano, deformandolo, il “Dies Irae”.

Nel secondo movimento archi e legni hanno reso perfettamente la straniante atmosfera bucolica che cerca di reagire al dolore del vivere, ed Inkinen mi pare abbia rispettato appieno l'indicazione mahleriana "Sehr gemächlich", “molto piacevole”.

Bella prova dei timpani (Filippo Gianfriddo, Davie Mafezzoni, Francesca Ravazzolo) ad apertura del terzo movimento; Inkinen lascia trapelare, nella sarcastica cantilena, la piena insensatezza del vivere; emerge il nitore brillante – e l'intonazione impeccabile – delle trombe (Luigi Corrias, Giulio Trifiletti, Matteo Cogoni, Dario Zara, Emanuele Dau, Andrea Laezza) in una melodia che 'canta' la nostalgia: l'orchestra del Lirico tutta esplode in un impressionante fortissimo, un grido sonoro, un urlo disperato.

La luce primordiale (Urlicht) è intonata dalla voce ambrata e ben proiettata di Teresa Iervolino. Le due soliste erano poste su una pedana dietro i violini, e se il mezzosoprano riusciva a superare la massa degli archi, più deboli sono giunti gli interventi successivi del soprano Nicole Wacker, meno incisivo soprattutto negli assieme con il coro nell'ultimo movimento. Qui Inkinen ha restituito esattamente l'indicazione di Mahler “molto solenne ma semplice”.

Una apoteosi come finale. Gli ottoni dell'orchestra del Lirico cagliaritano, il canto dell'usignolo sulle tombe, il coro che entra con un triplo pianissimo, l'ultimo solo del mezzosoprano (“O glaube, mein Herz!”) sono semplicemente memorabili; Inkinen ha totale controllo sulla complessità di questo movimento, tutte le tessiture nei giochi contrappuntistici sono restituite con estrema chiarezza. Il coro – preparato ottimamente da Giovanni Andreoli – segna qui una delle sue prove migliori, esclamando “Aufrsteh'n” in triplo fortissimo; rende perfettamente, anche sul piano emotivo, come elevarsi dalla disperazione e dall'oscurità alla speranza e alla luce, prima di giungere alla conclusione roboante dell'organo (Francesca Pittau), timpani, campane, e col contributo delle due arpe (Maria Vittoria De Camillo, Giulia Bigioni), parte integrante del "cielo" sonoro mahleriano

Entusiasta risposta del pubblico, concentrato ed attento come raramente è capitato di 'sentire' a Cagliari.

Leggi anche

Torino, concerto Inkinen/OSNRai, 06/02/2025

Torino, concerto Piemontesi / Inkinen, 30/11/2018

Cagliari, La monacella della fontana, 29/03/2025

Cagliari, Lucrezia Borgia, 01/02/2026


 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.