L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’eco del podio

 di Antonino Trotta

Un malore durante l’intervallo costringe Zubin Mehta a lasciare il podio dopo l’Ottava di Beethoven: così, al Lingotto Musica, in una serata che intreccia emozione e trepidazione, la West-Eastern Divan Orchestra affronta “La grande” di Schubert in totale autonomia, trasformando l’imprevisto in una prova di maturità e coesione di grande valore.

Torino, 21 febbraio 2026 – Di orchestre che suonano da sole, ahinoi, si è già parlato e si continuerà a parlare tendenzialmente tra sospetti e retroscena; ma questa volta, al Lingotto Musica, non c’è spazio per le ombre buie, se non per quella, in verità luminosissima, lasciata sul palco dall’immenso e delicato Zubin Mehta. Novant’anni, di cui settanta passati sul podio, e una storia che continua a vibrare anche quando il gesto si interrompe giocoforza e resta soltanto l’eco della sua presenza a custodirne la preziosissima lezione. L’altare è conquistato a stento, con sedia a rotelle e quattro mani fide a guidarne l’approdo, ma quello sforzo così tenero e volitivo gli vale, ancor prima di cominciare, una standing ovation: non un omaggio alla fragilità del corpo, sia chiaro, ma un tributo, autentico e commosso, di una platea che riconosce nell’uomo la grandezza dell’artista e la forza silenziosa dello spirito che ha consacrato una vita intera sull’altare della musica.

Ecco allora che la Leonore n.3 di Beethoven rompe gli indugi per levarsi con solennità quasi testamentaria, scolpita da un gesto raccolto ma vigile: l’introduzione lenta si distende in un respiro ampio e severo, gli archi pennellano l’ombra carceraria con un suono compatto e teso – con forcelle magnificamente calibrate –, mentre i fiati insinuano una luce ancora filtrata. Poi l’Allegro esplode con slancio drammatico, attraversato da contrasti netti e da quei celebri squilli di tromba – lontani, salvifici – che fendono la trama orchestrale come un annuncio di liberazione, prima della perorazione finale, luminosa e implacabile.

La stessa aura di massima sacralità ammanta quindi l’Ottava Sinfonia, condotta ancora dal sommo Mehta con passo largo e nobile per incidere, in quel materiale ritmico staccato sì con agio, frasi dal carattere titanico, levigate e insieme possenti, tese a gonfiare il petto dell’Allegro vivace e con brio incoativo, dove il maestro accumula e rilascia energia nel giro di poche battute – esemplare l’esposizione del tema, con i fa sincopati carichi di tensione e la vetta del salto ariosa, morbida e redentrice –, a costruire un discorso che non vive di scatto superficiale ma di compressione interna, di arcate ampie e di dinamiche trattenute sino al punto di massima espansione, prima che l’impeto si ricomponga in una misura saldissima e decisamente classica. È un’Ottava, quella che Mehta ha nella mente e tra i polpastrelli, lontana da ogni vezzo brillante e leggero, pensata come architettura compatta e maestosa, dove l’ironia non ammicca né alleggerisce, ma si sublima in equilibrio tutto formale: ancor più dell’Allegro scherzando, lo conferma il Tempo di menuetto in terza posizione, restituito come intermezzo di galante imponenza, raccontato con incedere quasi brahmsiano, in cui i legni cesellano il fraseggio con finezza cameristica e i corni s’involano in un canto pieno e baldanzoso. All’Allegro vivace conclusivo, è vero, manca un po' di brio e il dettato burlesco che ne rappresenta il cuore pulsante è chiamato a battere entro margini più sorvegliati, quasi trattenuto da una visione che privilegia la compostezza dell’impianto alla scintilla immediata; ma anche qui la molla beethoveniana non si allenta, trovando nel passaggio finale non tanto uno scatto virtuosistico quanto una chiusura coerente, solida, pienamente inscritta nella logica dell’intera lettura.

Dopo l’intervallo, Zubin Mehta non torna in scena: un malore ne ha costretto il ritiro prudente, lasciando l’orchestra sola davanti alla Sinfonia n. 9 in do maggiore D. 944 di Franz Schubert. Ed è allora che la West-Eastern Divan Orchestra, privata del suo nume tutelare, si ricompone con disciplina e maturità sorprendenti, facendo della necessità virtù. Fiati al centro e ancora l’eccezionale spalla Mohamed Hiber sul rialzo che lo vedeva già in Beethoven svettare tra le file, a farsi guida discreta ma determinante, impeccabile nel sostenere attacchi, respiri e snodi strutturali, mentre l’orchestra, rimasta senza bacchetta, affronta la vastità schubertiana con un senso di responsabilità che si traduce in ascolto reciproco e coesione davvero esemplare. Più aggraziati, più sornioni, più lirici e mobili, i complessi, virtuosi per vocazione musicale e non, trovano nella trasparenza del fraseggio e nell’incredibile duttilità del suono la cifra più autentica di una prova tanto inattesa quanto, per più ragioni, memorabile. Certo, nelle chiusure s’avverte qualche sbavatura, o ancora nelle pause l’assenza di quel pensiero lucido che dona loro urgenza espressiva, ma è il prezzo fisiologico di un rischio affrontato senza rete, e nulla scalfisce il valore complessivo di un gesto collettivo che resta, prima di tutto, un atto, encomiabile, di responsabilità artistica. Grazie.

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