Il respiro della musica
L'Orchestra Filarmonica Marchigiana ospita i fiati di Santa Cecilia, solisti in una Sinfonia concertante di Mozart da ricordare. In programma, oltre alla Sinfonia n. 102 di Haydn, anche una prima assoluta di Gianluca Piombo.
FABRIANO (AN) 21 febbraio 2026 - La storia tortuosa della Sinfonia concertante per flauto, oboe, corno e fagotto in mi bemolle maggiore K 297b di Mozart è anche una storia sul carattere immanente del fare musica, sulle fatalità degli incontri che ne determinano storia e letture. A Parigi, nel 1778, il ventiduenne compositore incontra quattro amici virtuosi (in forze nella rinomata orchestra di Mannheim) e scrive per loro un'opera destinata ai prestigiosi Concerts spirituels dell’impresario Le Gros. Poi qualcosa va storto, l’esecuzione salta, il manoscritto resta in mano agli organizzatori e va perduto, almeno su carta, perché Mozart l’avrebbe riscritto a memoria e, infine, riemerge, ai primi nel 1928, in una versione in cui il flauto è sostituito dal clarinetto. Solo nel 1983 l’edizione critica di Roberto D. Levin per Bärenreiter ripristina l’organico originario e restituisce al mondo l’omaggio di Mozart a quattro amici sommi musicisti.
Come nel secondo Settecento l’orchestra per eccellenza era quella di Mannheim, così oggi in Italia la prima istituzione eminentemente sinfonica è l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, le cui prime parti avevano già nello scorso giugno eseguito la Concertante al Parco della musica di Roma con Kirill Petrenko. Ora tornano con gli stessi fogli sul leggio nei teatri delle Marche (e una tappa in Abruzzo), a ricordare che la musica di qualità è un circolo virtuoso che non si isola in poche torri d’avorio, ma respira insieme, in luoghi e con colleghi e pubblici differenti.
L'occasione è offerta da Francesco Di Rosa, marchigiano, già primo oboe ceciliano ora direttore artistico dell'Orchestra regionale, e raduna con lui Andrea Oliva (flauto), Alessio Allegrini (corno e direttore) e Andrea Zucco (fagotto). E son quelle occasioni che si prendono e si godono senza nemmeno pensarci troppo, specie in un’acustica che coccola il suono come quella del Teatro Gentile di Fabriano. Suonano tutti in maniera eccelsa, ricordano cosa voglia dire essere prime parti soliste di una grande orchestra: tecnica e sensibilità individuale sopraffine, ma anche la consuetudine all’insieme, al dialogo, il carisma collaborativo del punto di riferimento di una fila di colleghi. Non ci si stupisce, ma ugualmente sa scuotere la nonchalance con cui ogni passaggio, la precisione, l’esattezza, l’intonazione tanto cristalline da permettersi di fraseggiare, giocare con i colori, rarefazioni, abbandoni e piccole ironie. Tali da costringerci invece, per fortuna, a pensarci su in ogni istante. Al quartetto spettacolare si unisce un pieno orchestrale corroborato dalla sonorità avvolgente della sala e dalla consuetudine della Form anche all’opera, vale a dire all’accompagnamento partecipe e al canto.
Nei ricordi della serata, Mozart non può che fare la parte del leone e da solo basterebbe a farci tornare a casa felici, ma naturalmente c’è anche altro, a partire proprio dal brano in prima assoluta, commissione Form, che apre il programma. Gianluca Piombo ha ben misurato le proporzioni delle sue Impressioni marchigiane, ben strutturato nell’elaborazione dei temi, saldamente ancorato al filone che dal sinfonismo tardo romantico, tramite anche la musica per il cinema, ha costeggiato le avanguardie, senza ignorarle ma senza nemmeno perdere continuità con un tipo di scrittura e comunicativa. Compatto e variegato, il pezzo si ascolta piacevolmente e mantiene viva l’attenzione.
A occupare la seconda parte è la Sinfonia n. 102 in si bemolle maggiore Hob:I:102 di Haydn. La caratura dell’Allegrini cornista lascia un po' in ombra l’Allegrini concertatore, in cui si riconosce la stessa musicalità ma non la medesima tecnica eclatante. Il suo pare uno di quei talenti che sembrano predestinati dalla natura e sanno affinarsi nel tempo esaltando al massimo i propri aromi, che si sprigionano in massimo grado dallo strumento, mentre dalla bacchetta si colgono più diluiti e leggeri. La Sinfonia chiude senz’altro degnamente una bella serata, con una solida resa complessiva, tuttavia il ventaglio di eleganze e sottigliezze cui Allegrini aveva contribuito, primus inter pares, nella Concertante di Mozart resta impareggiabile.
Il concerto avrebbe senz'altro meritato un tutto esaurito, ma non manca per i musicisti il premio caloroso dell'attenzione e della soddisfazione dei presenti.
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