L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Eredità

 di Antonino Trotta

Narek Hakhnazaryan e Georgy Tchaidze debuttano a Torino con uno splendido recital che regala al pubblico dell’Unione Musicale una memorabile esecuzione della sonata in sol minore per violoncello e pianoforte di Rachmaninov.

Torino, 26 febbraio 2026 – Non sempre il materiale popolare entra nella musica come semplice colore locale. Nell’Ottocento europeo esso viene talvolta incorniciato entro forme eleganti, disciplinato da un gusto più salottiero che ne leviga le asperità, ma in altri casi – e qui viene in mente subito Chopin – esso diviene sostanza viva, memoria che agisce dall’interno e finisce per modellare persino la forma. In questa seconda prospettiva il folclore non viene “nobilitato”: resta emozione spontanea, ambiguità, qualcosa di primordiale. Ed è questa la linea che attraversa, con accenti diversi, una parte significativa della musica russa e caucasica tra Otto e Novecento, dove la ricerca di un’identità nazionale non coincide con un ripiegamento folkloristico chiuso e definitivo, ma con l’assimilazione profonda di un’eredità collettiva. In Čajkovskij ad esempio, il più europeo tra i russi, il gesto lirico si inscrive in forme di impeccabile equilibrio, ma conserva un’inflessione malinconica che sembra provenire da una memoria più antica della scrittura stessa. Con Rachmaninov, invece, quella stessa eredità si amplia in modelli più ampi e densi, e si fa principio che orienta il discorso in tutte le sue sfaccettature. Più a sud, in area caucasica, il rapporto con la tradizione si manifesta con tratti ancora più espliciti: in Sulkhan Tsintsadze (1925-1991) la miniatura trattiene l’energia ritmica e timbrica della musica georgiana; in Eduard Baghdasarian (1922-1987) e Alexander Arutiunian (1920-2012) la scrittura, pur formata in ambito sovietico, lascia affiorare una cantabilità e un impulso danzante che affondano le radici nel patrimonio armeno. Lungo questa traiettoria, luogo d’incontro e di scambio tra memoria popolare e forma colta, si colloca il meraviglioso recital affidato al violoncello di Narek Hakhnazaryan e al pianoforte di Georgy Tchaidze, al loro debutto all’Unione Musicale di Torino.

Innamorarsi della serata è davvero semplice: tra pezzi celeberrimi e sublimi quali la Sonata in sol minore per violoncello e pianoforte op. 19 di Rachmaninov o il Capriccio in si minore op. 62 di Čajkovskij, Hakhnazaryan e Tchaidze fanno risuonare, per la prima volta nella sala del Conservatorio, pagine di folgorante bellezza come i Cinque pezzi su temi popolari di Tsintsadze, il Notturno di Baghdasarian o l’Improvviso di Arutiunian che, ora per la carica elegiaca della linea melodica, ora per l’iridescenza di una scrittura brillante ed estrosa, non si rivelano semplici rarità da scoprire, ma si presentano al pubblico con quella presa propria dei grandi capolavori. I due musicisti, per di più, suonano e suonano insieme in maniera magistrale, lasciandoci sempre l’impressione di ascoltare ogni episodio offerto nella pienezza delle proprie possibilità.

Narek Hakhnazaryan ha classe e tecnica da vendere: il suono ha intonazione immacolata, l’articolazione è nitida, la palette cromatica vasta e il fraseggio, elegante e sorvegliato, s’accende ovunque con quella scintilla poetica che rende il discorso musicale mai artefatto, mai compiaciuto o eccessivamente dotto, ma naturalmente partecipe, come se sgorgasse da una necessità interiore prima ancora che da una scelta interpretativa. Ogni frase sembra nascere dall’interno, respirata e pensata nel suo sviluppo, capace di toccare con immediatezza senza forzature retoriche. Anche nei passaggi di più intensa arcata emotiva – si pensi ai Notturni di Čajkovskij e Baghdasarian –, Hakhnazaryan evita l’enfasi facile: il canto si espande con calore, ma resta misurato, sorretto da una consapevolezza stilistica che non soffoca mai l’urgenza espressiva. Il virtuosismo più estremo, poi, trova la sua valvola di sfogo con Arutiunian e Tsintsadze: passaggi di agilità serrata, corde doppie proiettate con sicurezza, scatti d’arco e repentini cambi di registro vengono affrontati con una padronanza tecnica che non conosce esitazioni. Al suo fianco, Georgy Tchaidze si rivela partner di pari statura, tutt’altro che semplice accompagnatore. Il suo tocco è insieme saldo e duttile: sa scolpire con precisione i profili ritmici più incisivi e, al tempo stesso, distendere un tessuto armonico morbido e avvolgente nei momenti di più intima cantabilità. La gamma dinamica è ampia, il controllo del pedale raffinato; ogni sfumatura è calibrata con intelligenza, così che il pianoforte respiri con il violoncello, anticipandone talvolta le intenzioni, talaltra prolungandone l’eco.

La Sonata in sol minore op. 19, che occupa tutta la seconda parte del recital, non solo si impone come vertice architettonico ed emotivo dell’intero programma, ma diventa anche la più compiuta manifestazione dell’intesa tra i due interpreti, della loro affinità musicale e della solidità del loro talento. Qui tecnica e visione si fondono senza residui: l’ampiezza quasi sinfonica della scrittura mette alla prova la resistenza, il controllo del suono nelle dinamiche tra i due attori, la capacità di sostenere e vivere appieno un dettato tortuoso, fatto di atmosfere cangianti, di scatti e sospensioni, di sorrisi e lacrime. Così, nella lettura di Hakhnazaryan e Tchaidze, ritroviamo Rachmaninov così come dev’essere, titanico e fragile, impetuoso e introverso, giocoso e severo, capace di innalzare arcate melodiche di travolgente ampiezza e subito dopo ripiegarsi in un’intimità quasi confessionale: non una virgola fuori posto, non un accento mal calibrato, non un’agogica staccata dal duo senza una chiara funzione drammaturgica, non un rallentando concesso all’abbandono gratuito, non un fortissimo che travalichi la misura dell’insieme. E soprattutto non c’è un attimo di tregua: la tensione si mantiene viva dall’inizio alla fine, alimentata da un dialogo serrato e da una continua pulsazione che attraversa ogni movimento. Si viene trascinati dentro il maestoso flusso sonoro quasi senza accorgersene, fino a sentire la musica insinuarsi sotto la pelle, entrare nelle viscere. Restare immobili sulla poltrona diventa quasi un esercizio di disciplina: l’urgenza dei climax del Lento-Allegro moderato iniziale, l’impeto ritmico dell’Allegro scherzando, la densità emotiva degli snodi più delicati dell’Andante spingono l’ascolto verso una partecipazione fisica, totale, che in ogni battuta suggerisce l’idea, mendace ma consolatoria, della perfezione assoluta.

Il successo è meritato e l’accoglienza calorosissima. Poi ancora Rachmaninov è invocato per spegnere il fuoco degli applausi, col celebre Vocalizzo che mette un punto, toccante, a una serata memorabile.

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