Ritorno al mito
Il Massimo di Palermo ripropone Dido and Aeneas di Purcell già varato nel 2021 da Gabriele Ferro e Lorenzo Amato. Nel cast di solisti completamente rinnovavo emerge l’espressività di Roberta Mameli nei panni di Dido.
Palermo, 20 febbraio 2026. - A distanza di poco più di quattro anni il Teatro Massimo di Palermo ripropone la riuscita produzione di Dido and Aeneas di Purcell della stagione 2021 (leggi qui la recensione). Poco da aggiungere sulla cifra visiva minimalista, sobria, eppur efficacissima centrata da Lorenzo Amato e dal suo team creativo (scene e costumi di Justin Arienti, luci di Vincenzo Raponi e movimenti coreografici di Danilo Rubeca): Less is more, per dirlo nella lingua di Purcell, è precetto di sanità che declinazione drammaturgica dovrebbe applicare, a meno di non chiamarsi Carsen o Kosky, per concedersi il calcolato lusso di esagerare.
Analogamente Gabriele Ferro torna nella buca (opportunamente rialzata) con Ignazio Maria Schifani fra cembalo e organo e Giulio Falzone e Giorgia Zanin alle tiorbe, trovando un’orchestra abbastanza duttile e precisa, seppur meno convincente che in occasione del Mitridate Eupatore di Scarlatti, il più recente cimento nel terreno della musica barocca. Il coro preparato da Salvatore Punturo, che in questa produzione sta in buca anziché in scena, si giova però poco della circostanza nel non sempre felice amalgama con il suono strumentale.
Completamente rinnovato rispetto al 2021 è il cast, complessivamente più debole, a parte qualche eccezione. In scena Roberta Mameli è una Dido altera, statuaria, di grande impatto non minore della caratura vocale sonorissima e stilisticamente forbita. La costantemente ricercata espressività consente poi di sopperire ad una qualità timbrica non eccelsa e ad una saldatura dei registri non delle più omogenee, in una prova assai rilevante. Difetta a starle alla pari l’Aeneas del baritono inglese Dominic Sedgwick, alquanto anonimo nel timbro e dall’ampiezza decisamente meno importante della sua amata regina. La realizzazione della maga di Aya Wakizono si vale della perizia che caratterizza abitualmente il mezzosoprano asiatico (cui i panni della malvagia non calzano benissimo), oltreché delle petulanti streghette impersonate da Amélie Hois e Giulia Alletto.
Belinda è un’ottima Martina Licari, che gioca in casa in quanto palermitana; non meno validi sono Noemi Muschetti come la Seconda donna e il Marinaio di Samuele Di Leo, mentre qualche acerbità di troppo caratterizza il finto Mercurio del controtenore Alexandru Costea.
I tre atti eseguiti senza soluzione di continuità provano un po’ il pubblico palermitano che riserva consensi più convinti a Roberta Mameli e al maestro Ferro.
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