L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Ex pluribus unum

di Roberta Pedrotti

La giornata clou del "Non compleanno" rossiniano a Pesaro si completa con un memorabile recital di Michail Pletnëv, alle prese con Bach, Schumann e Grieg, per l'Ente Concerti.

PESARO, 28 febbraio 2026 - Non compleanno di Rossini con una bella scorpacciata di musica. E non solo, dato che in Piazza del Popolo c'è anche il mercatino francese che propone specialità care al maestro nei suoi anni parigini: da sessant'anni Pesaro va matta per la pizza con uovo sodo e maionese, duecento anni fa Gioachino impazziva per il fois gras. E se Gioachino si definiva pure, proprio in quei tempi in cui preferiva far musica nel suo salotto che nelle sale teatrali, pianista di terza classe, ecco che in cartellone nel giorno del suo non compleanno ne arriva uno decisamente fuoriclasse: Michail Pletnëv.

Il popolo rossiniano – nonché parte del personale di sala – si trasferisce dal Teatro Sperimentale, dove si era tenuto il concerto dedicato alle opere buffe [Pesaro, Rossini ci diverte, 28/02/2026], all'Auditorium Scavolini, ripetendo quel percorso che era la vita di ogni appassionato fra la fine degli anni '80 e l'inizio dei 2000, dal cuore del centro con le sale storiche – il Rossini ancora chiuso per lavori e il Pedrotti pure in attesa di completo adeguamento per ospitare il pubblico – al palazzetto di Viale dei Partigiani, là dove tanti spettacoli memorabili hanno preso vita grazie anche alle visioni di De Ana, Pizzi e Vick. Un luogo che, per chi ne ha condiviso la storia, ha un'anima, l'anima di uno spazio nato per tutt'altro scopo in cui la musica e il teatro sono fioriti in una meravigliosa avventura non ancora conclusa.

Messo da parte il cumulo di memorie, nostalgie e speranze che sempre travolge varcando questa soglia, messe da parte per un attimo anche le notizie ferali che dal mondo s'inseguono minuto dopo minuto, si attende solo lui, Pletnëv.

Il programma raccoglie sapientemente un ampio arco di letteratura tastieristica attraverso tre blocchi coesi composti da piccole pagine, di sequenze interne. Quattro Preludi e Fughe dal Clavicembalo ben temperato di Bach, i Kreisleriana di Schumann e sedici Pezzi Lirici di Grieg. Potrebbe anche sembrare eterogeneo, alla lettura, il passaggio dall'età barocca con la radice ideale della musica occidentale alla fantasia romantica di Eusebio e Florestano ai piccoli quadri nordici del secondo Ottocento. Potrebbe, ma Pletnëv procede con una coerenza, una consequenzialità, una chiarezza e pienezza di visione che tendono un arco ben preciso e all'interno dei singoli blocchi e nell'intero impaginato.

Il programma di sala firmato da Mario Totaro suggerisce come fulcro tematico la città di Lipsia, centrale nelle biografie dei tre compositori. Un fulcro più metafisico che fisico, si direbbe, un'idea che attraversa e avvicina due secoli – almeno – di creazione musicale.

Trascende subito da una collocazione temporale il Bach di Pletnëv, così estremo e pure dominato da una tale ferrea logica da apparire necessario. Pianistico? Sì, ma del pianismo “alla Pletnëv”, in cui lo strumento assume una sorta di fisicità assoluta, va oltre il carattere idiomatico delle corde percosse, dei pedali, di quella concretezza che il musicista russo porta su un altro piano, un piano sinfonico in senso etimologico di unione di suoni. Questo Bach, dunque, fa respirare il rigore della ragione in un senso del colore, del canto, dell'affetto che pure ne è parte, che è una dimensione reale della sua ispirazione e che, tuttavia, tante rivisitazioni moderne (leggi Siloti, ma non solo) rischiano di romanticizzare ai limiti dello stucchevole. Qui no. Qui l'architettura poderosa è quella di una cattedrale costruita secondo i calcoli più sofisticati che creano giochi d'ombre, luci, volumi, colori. Barocco, sommamente barocco nel concetto, ma assoluto e contemporaneo nella realizzazione. Così ci porta dritti dritti nel mondo dei Kreisleriana, in cui quel rigore logico e strutturale sembra frantumarsi di fronte ai venti contrastanti della fantasia romantica. Eppure è proprio lì che Pletnëv costruisce la sua logica, nella tensione continua di un lavoro sul suono tanto vario quanto compatto. Dove la forma si infrange, il pathos impone un suo linguaggio non meno rigoroso, con un dominio mentale prima, ancora che tecnico, d'effetto mesmerico, dalla prima all'ultima nota, che suona come una domanda, o forse un'attesa.

Questo percorso di logos, ethos e pathos sublimato nella prima parte del programma si raccoglie in una dimensione quasi di diario minimo, quotidiano, nella brevi pagine di Grieg. Bozzetti domestici o naturalistici, piccole memorie di famiglia, schizzi di genere: come una gallerie di paesaggi, scene caratteristiche o nature morte che nell'apparente semplicità possono racchiudere molto di più. E Pletnëv aderisce all'indole di ciascuna in maniera plastica e tuttavia mantenendo sempre quel filo di continuità, quel nucleo di rigore che rende necessario tutto lo sbalorditivo ventaglio di possibilità sonore che il pianoforte materializza sotto le sue dita (e i suoi piedi, per tutto il concerto ogni movimento sul pedale merita di essere osservato). Sedici pezzi lirici, ex pluribus unum; dalle fantasie unite nei Kreisleriana, alla realtà raccolta da Grieg: tutto un mondo sta nel pianoforte e Pletnëv ce lo mostra con profonda purezza.

Sentendolo suonare parrebbe in splendida forma, trasfigurato nella musica. Il passo con cui raggiunge lo strumento, il modo con cui si asciuga e stropiccia gli occhi lo mostra invece affaticato, lasciando prevedere il gesto con cui ringrazia per l'ovazione del pubblico ma fa capire che non ci saranno bis. Pazienza, abbiamo di che uscire euforici dall'Auditorium Scavolini.

E se anche Pletnëv non ha lambito pagine rossiniane (che sogno sarebbe!) , un così grande momento di musica è sempre un modo eccellente per completare le celebrazioni del “non compleanno”.

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