L'alfa e l'omega del Romanticismo
Ritorna sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale il suo direttore emerito Fabio Luisi, in un percorso che prende le mosse da Weber per approdare attraverso il concerto per violino di Mendelssohn, solista Bomsori Kim, agli estremi frutti della grande tradizione austro-tedesca con la Quarta Sinfonia di Franz Schmidt
TORINO, 5 marzo 2026 - Simbolo del primo romanticismo tedesco, l'Euryanthe (1823) di Carl Maria von Weber sopravvive oggi grazie alla celebre ouverture, unico brano dell'opera a non essere mai uscito dal repertorio. In pochi minuti di musica si avverte già il respiro di una nuova epoca, che classica non è più, da cui attingerà linfa vitale la generazione dei compositori nati a inizio Ottocento, a partire da Richard Wagner con titoli come Rienzi, Tannhäuser e Lohengrin che, senza l'esempio di Weber, semplicemente non avrebbero mai potuto vedere la luce.
La lettura di Fabio Luisi, direttore emerito dell'Orchestra Sinfonica Nazionale, è trascinante e traboccante di passione e si giova dell'ampio organico degli archi previsto dalla serata perché destinato a essere chiamato in causa nella seconda parte del programma con Franz Schmidt. Nonostante al tempo della prima composizione il numero di musicisti fosse più ridotto, non c'è nulla da fare: con 16 violini primi, poi giù a scendere fino ad 8 contrabbassi pagine come questa, dotate di un'inestinguibile carica visionaria, acquistano un'altra consistenza e spessore, con buona pare dei fautori delle esecuzioni filologiche. In verità non solo gli archi ma ogni comparto dell'OSN si presenta in gran spolvero in una partitura dove gli interventi dei fiati contribuiscono a creare il colore tipicamente leggendario e fiabesco che ne è la caratteristica di maggior evidenza e fascino.
Da Weber a Felix Mendelssohn-Bartholdy il passo è breve, dal momento che una ventina d'anni separano l'ouverture di Weber dall'altrettanto famoso Concerto per violino in mi minore op. 64 dell'autore amburghese, manifesto del romanticismo non più agli albori ma nel periodo di massimo splendore. Solista è la coreana Bomsori Kim, nome tra i maggiormente lanciati nell'ambito dei concertisti trenta-quarantenni nati sul finire del secolo scorso. Dotata di una tecnica senza dubbio eccezionale, Kim è capace di far cantare lo strumento come pochi altri e, supportata da un altrettanto straordinario Guarnerì del Gesù del 1725, dà vita a un primo movimento vellutato ed amabile nel fiorire della sua inesauribile vena melodica. Giusto merito va riconosciuto anche a Luisi, il quale esercita con abilità il controllo su un'orchestra che ora palpita con discrezione sotto le volute e le acrobazie del violino, ora balza in primo piano con un'elasticità che, nei momenti dove Mendelssohn riserva ad essa compiti di primo piano, non ha mai nulla di forzato o di improvviso ma si muove all'insegna di una compenetrazione totale del discorso tra solo e tutti. La cantabilità non è la sola qualità della violinista asiatica che, nell'Andante, grazie a un sapiente lavoro d'arco, impreziosisce l'ispirazione mendelssohniana di un timbro caldo dal colore quasi ambrato, prima dello sfoggio di alto virtuosismo del finale condotto con varietà di espressioni ed emozioni tra le maglie della sfavillante scrittura che lo rende da sempre uno dei concerti più amati dal pubblico. Non sfugge all'eccezione la platea torinese, che tributa agli interpreti convinte ovazioni.
Il sincero applauso della platea si ripete al termine della serata dopo l'esecuzione di un pezzo di raro ascolto quale la Sinfonia n. 4, composta tra il 1932-33, dall'austriaco Franz Schmidt (1874-1939), del quale si può considerare il testamento spirituale, concepito come una sorta di requiem in memoria della figlia, morta di parto appena trentenne. Schmidt è un autore di grande talento, ma la sua musica pone in primo luogo un problema di identificazione, non potendo che essere definita per ossimori, confluendo in essa elementi personali e artistici di natura spesso contraddittoria.
C'è infatti una forte valenza intellettuale, una profonda volontà di sperimentazione, ma non così radicale da annoverarla tra i frutti 'progressisti' dei propri anni, facendola rientrare piuttosto fra gli epigoni di un romanticismo spinto alle estreme conseguenze in pieno Novecento. E' una sinfonia luminosa e tragica a un tempo, con un'orchestrazione a dir poco sontuosa, senza tuttavia raggiungere il puro edonismo sonoro (come accade in certe pagine di Richard Strauss) ma nemmeno precipitare in modo mahleriano in un annullamento catartico. C'è forse in tale atteggiamento un riverbero della convinta adesione di Schmidt alla fede cattolica che lo portò, suo malgrado, ad essere esaltato sotto il regime nazista tra i massimi compositori dell'epoca e produsse, nel secondo dopoguerra, giudizi critici sospettosi impedendone una rivalutazione postuma, nonostante il suo stile paia più vicino a quello di alcuni musicisti ebraici rifugiatisi a Hollywood a scrivere colonne sonore per il cinema (su tutti Erich Korngold e Miklós Rózsa) che non a quello di un irriducibile difensore della 'germanità' come un Hans Pfitzner.
La parabola di questo autore, nato a Bratislava e tipico prodotto della Vienna multietnica fin de siècle, dalla mentalità aperta e cosmopolita, insegna che la pluralità culturale, sulla carta sempre lodata, può invece condurre all'atto pratico ad esiti talvolta contrastanti e ambigui. Per ironia della sorte i lavori di Schmidt paiono destinati a rimanere per i pochi che amano i cammini tortuosi: il suo genio, autentico, potrebbe accontentare molti ma, in virtù sul suo sfuggire ogni classificazione, finisce per non accontentare nessuno.
L'interpretazione di Fabio Luisi dimostra un attento studio della partitura, basata in sostanza su pochi temi, alcuni dei quali assai accattivanti e destinati ad imprimersi subito nella memoria, al modo del solo di tromba che introduce l'ampio primo movimento, destinato a tornare per intero nel finale in una sorta ideale chiusura del cerchio o di 'eterno ritorno' alla Nietzsche, oppure dell'aerea e sfuggente idea che sta alla base dell'Adagio, con ogni probabilità la pagina meglio riuscita dell'opera.
Si possono rinvenire, nella direzione di Luisi, elementi disparati in grado di conciliare un calore e un'espressività del tutto mediterranea, che lo porta forse per esigenze espressive ad esacerbare un poco i climax di ciascun movimento, che si conciliano con un rigore strutturale derivante dalla conoscenza approfondita di orchestre e letteratura sinfonica austro-tedesca, requisito indispensabile per affrontare con spirito critico e creativo l'impegnativo percorso nel labirinto di Schmidt.
Sala numerosa e attenta che, al termine, tributa al doveroso omaggio non solo al maestro sul podio ma anche alle prime parti, tra cui non si possono non citare la tromba di Roberto Rossi, sulle cui note la sinfonia si apre e si chiude, e il violoncello di Leonardo Sesenna, cui è demandato un intenso e struggente assolo nel tempo lento.
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