L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’orchestra che canta

di Matteo Lebiu

La Budapest Festival Orchestra diretta da Iván Fischer conquista il Teatro alla Scala con un programma dedicato a Sergej Prokof’ev. Tra scelte anticonvenzionali, grande coesione e l’intensa prova di Igor Levit, emerge un’idea di musica viva e condivisa. Applauditissimo il finale corale, suggestivo e fuori dal comune.

MILANO, 21 marzo 2026 - Partiamo dalla fine: un’orchestra che canta in coro durante un bis al termine del concerto non si vede tutti i giorni. E non è affatto abituale vedere un ensemble in cui il trasporto e la comunione d’intenti risultino così evidenti da coinvolgere emotivamente anche il pubblico. Di questo, e molto altro, è capace la Budapest Festival Orchestra diretta dal suo fondatore Iván Fischer, ospite della Stagione Orchestre Ospiti 2025/2026 del Teatro alla Scala per un concerto interamente dedicato a Sergej Prokof’ev.

Già dal primo brano in programma, l’Ouverture su temi ebraici Op. 34 nella versione per orchestra del 1934, si intuisce l’anticonvenzionalità di questo straordinario gruppo di musicisti. Durante le prime battute introduttive, il clarinettista Ákos Ács si fa strada tra i leggii degli archi per intonare — o meglio improvvisare — il tema squisitamente klezmer di questa composizione di Prokof’ev (scritta, per giunta, in appena un giorno e mezzo). Questo dialogo cameristico tra i musicisti e il direttore, tra il solista e l’orchestra, rappresenta una cifra stilistica distintiva della Budapest Festival Orchestra, che ha poi affrontato il Concerto per pianoforte e orchestra Nr. 2 in sol minore Op. 16 con Igor Levit al pianoforte. Sin dall’Andantino iniziale si rimane esterrefatti nell’ascoltare il pianissimo del pianoforte, reso ancor più etereo dall’accompagnamento degli archi: ne scaturisce un suono che sembra provenire da un tempo remoto, quasi straniante nella sua sospensione. Impossibile non lasciarsi affascinare dalle monumentali cadenze alla fine del primo e del quarto movimento, in cui si coglie l’essenza del pianismo di Levit: un suono che non è semplice fenomeno fisico, ma continua narrazione, ora dolce, ora durissima, con una varietà di tocco — e quindi di timbri — davvero notevole. All’appello del virtuosistico Scherzo risponde un Levit scattante, anche visibilmente compiaciuto dopo un accenno di applausi, prontamente e sonoramente zittito dal resto del pubblico scaligero. Ad alleggerire l’atmosfera dopo il travolgente Finale del Concerto di Prokof’ev interviene un bis intimo e raccolto: il Lied ohne Worte in Mi maggiore Op. 30 Nr. 3 di Felix Mendelssohn Bartholdy, in cui Levit compie ancora una volta la sua metamorfosi da pianista a narratore, cesellando ogni frase con naturalezza e profondità.

Dopo l’intervallo è il momento di Cenerentola, nella selezione dalle Suites Nr. 1 Op. 107 e Nr. 3 Op. 109 operata dallo stesso Fischer. Ed è proprio il direttore a guidare il pubblico nella vicenda del balletto composto da Prokof’ev tra il 1940 e il 1944 per il Teatro Kirov di Leningrado: con un microfono, e in un italiano sorprendentemente fluente, racconta la storia introducendo con poche ma teatrali parole ciascun brano della Suite. Se già durante il Concerto op. 16 la BFO aveva mostrato la sua vasta tavolozza sonora, qui diventa impossibile resistere all’ironia del Pas de châle o al fascino — tutto russo — del celebre Valzer di Cenerentola, in cui la seducente melodia è esposta con un sontuoso vibrato degli archi. A interrompere la danza arriva Mezzanotte, con i suoi rintocchi implacabili che preludono a una coda dalle sonorità epiche, in cui percussioni e ottoni balzano in primo piano con impressionante potenza espressiva. Da segnalare anche la particolare disposizione “alla viennese” dell’orchestra, con i contrabbassi disposti in fila orizzontale dietro i fiati su una pedana rialzata: una scelta che ha contribuito in modo decisivo a creare un suono profondo, compatto e perfettamente amalgamato, esaltando la ricchezza delle basse frequenze.

Quella del canto corale è una pratica abituale per l’orchestra ungherese, che ha eseguito come bis l’inno ortodosso Luce di pace, in un gesto dal forte valore simbolico, auspicando una risoluzione del conflitto tra Russia e Ucraina. L’accoglienza calorosa del pubblico del Piermarini ha così sancito il successo della tournée della Budapest Festival Orchestra, che si appresta ora a eseguire l’integrale dei Concerti per pianoforte di Prokof’ev alla Philharmonie di Berlino, confermando ancora una volta la propria identità artistica unica e profondamente comunicativa.

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