Pensiero musicale
La Wunderkammer Orchestra offre l'occasione di ascoltare, all'Oratorio del Gonfalone di Fano, il pianista Paolo Restani in un interessante programma dal titolo Du début à la fin, che esplora la costruzione e la dimensione della melodia dal principio, appunto, alla conclusione.
FANO, 15 marzo 2026 - Se la stagione concertistica risulta quest'anno un po' opaca – e invita a recarsi più spesso nelle città vicine –, a Fano non mancano tuttavia sorprese ad animare la vita musicale. Per esempio, basta vedere cosa offre la Chiesa del Gonfalone, che ospita volentieri iniziative da non sottovalutare: per il Venerdì Santo, per esempio, l'Orchestra Olimpia proporrà le Seben Worte (Le ultime sette parole di Cristo) di Sofija Gubajdulina, solista Raffaele Damen che avevamo ascoltato la scorsa estate a Pesaro per la Wunderkammer Orchestra in un programma di rarità e inediti contemporanei), mentre il 15 marzo proprio la Wunderkammer ha aperto la sua stagione locale (altri eventi si svolgono nel capoluogo, ma non solo) con un recital del pianista Paolo Restani. E qui le orecchie si drizzano subito, perché il musicista ligure dal debutto clamoroso, appena sedicenne, a Santa Cecilia ha inanellato un curriculum impressionante, mentre negli ultimi anni appare più di rado nei cartelloni, accendendo inevitabile curiosità.
L'impaginato è, sulla carta, assai esteso, seppur, proposto senza soluzione di continuità, di dirata più che ragionevole. Parte da Debussy, attraversa Schumann, Chopin e Rachmaninov per approdare al prediletto Liszt, fra brani senz'altro arcinoti, tratti da Studi Sinfonici, Notturni e Preludi per colcudere con la Dante Sonata, ma pure con alcune puntate meno consuete, dall'Élegie di Debussy alla scelta per Liszt della trascrizione a cura di Karl Tausig. In realtà, il flusso è perfettamente coerente ed esplora non tanto il virtuosismo, quanto l'articolazione del suono in agogiche prevalentemente lente, con un respiro ampio più o meno evidente, più o meno definito, quasi carsico. Emergono così le armi migliori del Restani attuale, che non saranno ovviamente quelle trascendentali che abbacinarono il pubblico nelle sue prime apparizioni. Oggi sono davvero pochi e tutto sommato trascurabili i passaggi di bravura, mentre il punto di forza, ciò che davvero cattura l'attenzione e dà valore a questo pomeriggio, è la musicalità innata e poi decantata, un senso del colore e del suono non ostentato, ma pronto a materializzarsi, come nel Preludio op. 3 nr. 2 di Rachmaninov, solenne, cupo, senza pesantezza, con un dosaggio del pedale che fa l'ampiezza imperiosa quanto naturale. Poco importa, allora, se qua e là si avverte qualche prudenza, perché il programma è costruito per condividere un pensiero musicale, non per esibire i prodigi dell'usignolo meccanico dell'imperatore. Di questi ne possiamo trovare quanti vogliamo, ma la musica ha molte più dimensioni e non potrà mai esistere, invece, un'idea poetica uguale a un'altra. In una sala ben popolata, chi ha prestato orecchio ha speso bene il proprio tempo.
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