L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il rito del suono

di Antonino Trotta

L’Unione Musicale di Torino celebra ottant’anni di storia affidandosi al tocco poetico e virtuosistico di Arcadi Volodos, protagonista di un recital incandescente che conquista una sala tutta esaurita.

Torino, 25 marzo 2026 – Ottant’anni non sono soltanto una ricorrenza, ma anche la misura di un successo conquistato e consolidato di luna in luna. Dal 1946, l’Unione Musicale di Torino ha attraversato stagioni, gusti e generazioni mantenendo intatta una propria identità, costruita nella fedeltà alla musica da camera e in un dialogo costante con i grandi interpreti del nostro tempo. Nel corso dei decenni, le sue stagioni hanno disegnato una geografia musicale tanto esigente quanto aperta, capace di accogliere la tradizione senza irrigidirla e di rinnovarsi di volta in volta senza mai tradirsi. È una storia fatta di continuità, ma anche di scelte azzeccate: di programmi pensati, di progetti costruiti con lungimiranza, di astri nascenti intercettati nel momento in cui si accendono, di grandi artisti chiamati a misurarsi con un pubblico sempre attento, partecipe, appassionato, educato all’ascolto. D’altro canto, ce lo ricorda la direttrice Cecilia Fonsatti nell’introduzione alla serata, la musica è un bene condiviso e in quanto tale vive della comunione che ogni sera si rinnova tra palcoscenico e sala, in quel patto silenzioso e irripetibile che trasforma l’ascolto in esperienza viva, la magia del suono in un rito. E per officiare una serata così speciale non poteva esservi scelta migliore di Arcadi Volodos, artista in grado di coniugare rigore e immaginazione, profondità e incanto, restituendo il pianoforte a una dimensione quasi rituale entro cui il suono sembra guadagnare un’aura mistica e il pensiero che lo governa farsi sacra scrittura.

La Sonata in sol maggiore D. 894 “Fantasia” di Franz Schubert, che monopolizza la prima parte del recital, si dispiega con magnetica autorevolezza, proiettata com’è in un tempo sospeso, sottratto a qualsivoglia urgenza narrativa, che favorisce ovunque un suono scolpito magnificamente nell’avorio, perlaceo e rotondo, morbido e flessuoso, capace di aprirsi in parentesi di maestosa pienezza e di dissolversi in dinamiche che non temono di realizzare le quattro o cinque p in partitura. Volodos abita l’ampiezza della sonata con una calma vigile che scongiura ogni leziosità, mantenendo saldo l’equilibrio tra distensione temporale e coerenza strutturale: il fraseggio si articola in arcate ampie, sorvegliate, il controllo del pedale garantisce un sostrato timbrico sempre trasparente, e il tocco, finemente graduato, modella ogni attacco con precisione millimetrica, evitando qualsiasi asperità o durezza e impreziosendo il gioco cromatico della sonata con pesi e gesti sempre perfettamente calibrati. È il tempio, questo Schubert, dove insomma si celebra l’arte del suono, il virtuosismo non ricondotto alla velocità o alle prodezze delle falangi, ma alla qualità del prodotto sonoro e alla profondità dell’intenzione interpretativa, come se il pianista scavasse nella materia musicale alla ricerca delle sue risonanze più intime, lasciando affiorare, senza compiacimento, un senso di serenità pensosa che conquista e incanta.

Ben altro spirito, invece, innerva e anima lo Chopin protagonista assoluto della seconda parte della serata. Più malinconico, più irrequieto, più febbrile in quelle trame ritmiche ricamate con rubato magistrale, dove la pulsazione si tende e si contrae con naturalezza organica, senza mai perdere coesione, e il fraseggio si fa più nervoso, attraversato da scarti improvvisi e da un’urgenza espressiva che rompe l’iperuranio schubertiano per aprire a un discorso più esposto, più drammaticamente umano. Lungo questa direzione corrono le Mazurke op.33 n. 4, op. 41 n.2 e op. 63 n.2, ritratte con una contezza di stile e una classe esemplari, o ancora il Preludio in do diesis minore op. 45, sospeso in una dimensione quasi improvvisativa, dove la linea si snoda con libertà apparente e il suono si carica di una tensione trattenuta, mai dichiarata, che trova nella poesia timbrica e nella pregnanza del respiro pianistico la propria più autentica ragione espressiva. È però la sonata n.2 in si bemolle minore op. 35, col suo carattere a tratti umorale, coi suoi chiaroscuri così ben esposti, con le sue imprevedibili peregrinazioni emotive, a segnare il vertice della serata. Arcadi Volodos ne offre una lettura compatta, intensa e cangiante, tenendo sempre insieme gli estremi della scrittura senza mai frammentare il discorso complessivo. Colpisce il Grave - Doppio Movimento incoativo per il netto contrasto costruito tra la sezione in minore, cupa e irta, e quella in maggiore, distesa e ariosa – pur senza diradare la nebbia che avvolge tutto il movimento –, rinfrancata con accenti differenti nelle riprese e sapientemente dissimulato nel finale, dove Volodos ricompone le tensioni in un equilibrio instabile, trattenuto, lasciando affiorare una continuità sotterranea che tiene insieme gli opposti senza mai risolverli del tutto; colpisce lo Scherzo sinistro nel gesto fulmineo e percussivo che fa precipitare la cantabilità sognante del Trio – stupende le figurazioni della sinistra sbalzate in primo piano – in un dettato impulsivo e luciferino; ed è da questa tensione compressa che emerge la Marcia funebre, scolpita da Volodos con passo solenne e privo di retorica, dove il suono si fa grave, quasi minerale, e la linea avanza con una inevitabilità implacabile, per di più esasperata da un crescendo conclusivo che fa accapponare la pelle. La stessa inevitabilità che poi anima il moto sfuggente e spettrale del Finale, in cui il suono si assottiglia fino a farsi puro movimento, ombra sonora che attraversa lo spazio senza lasciare appigli, chiudendo il discorso in una dissolvenza inquieta e senza consolazione.

Le ovazioni sono incontenibili, l’entusiasmo avvampa e Volodos ripaga con ben tre bis: l’Intermezzo in mi bemolle maggiore op. 117 n.1 di Brahms, il Momento musicale op. 94 n.3 D 780 di Schubert e la Siciliana in la minore BWV 593 di Bach-Vivaldi. All’Unione Musicale di Torino va dunque non solo il ringraziamento per quanto costruito in questi ottant’anni, ma anche l’augurio che questo stesso spirito – curioso, esigente, vivo – continui ad animarne il cammino, stagione dopo stagione, nel segno di una musica che sa ancora farsi incontro, ascolto e comunità.

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