Non m'è patria Olimpo
L'ensemble Karalis Antiqua con il sopranista Federico Fiorio propone a Cagliari la prima tappa di un gustoso programma dedicato al barocco veneziano.
CAGLIARI, 29 marzo 2026 - “Non m'è patria l'Olimpo”. Quale miglior scelta, per un recital dedicato al primo barocco veneziano! Il Karalis Antiqua Ensemble, nel suggestivo spazio del Teatro dell'Arco (che prende il nome del passaggio sotto la Torre, fatta erigere dai Pisani per la difesa del quartiere di Stampace nel 1293), a Cagliari, ha offerto un interessantissimo florilegio che riproporrà nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice di Venezia il 31 marzo e il 1 aprile, e ancora al Monteverdi Festival di Cremona il 12 giugno.
“Non m'è patria l'Olimpo”, incipit dell'aria dell'Armonia che apre il Prologo dell'opera L'Ormindo (1644) di Francesco Cavalli: l'Armonia non appartiene al mondo divino, ma rivendica una natura più vicina all'uomo, celebrando alfine la musica terrena (veneziana, in particolare) rispetto a quella divina. E accanto a Cavalli, il suo librettista per almeno un decennio, dal 1642 al 1652, Giovanni Faustini, che contribuì a definire le caratteristiche dello stile teatrale veneziano, attingendo a fonti mitologiche e classiche, standardizzando tecniche narrative, dagli amanti divisi e ricongiunti ai colpi di scena e agnizioni.
Splendido programma, quello proposto dagli artisti cagliaritani capitanati dal sopranista veronese (ma cagliaritano per adozione) Federico Fiorio, che tornano a Cavalli col mottetto “O quam suavis et decora”, canto sacro per voce acuta e basso continuo (qui un eccellente Dario Landi alla tiorba) probabilmente scritto per una messa solenne in San Marco il 1 maggio 1644 per celebrare la riconciliazione tra il Vaticano ed il Ducato di Parma (Venezia, nei quattro anni del conflitto, aveva sostenuto Parma). E dopo Cavalli, Monteverdi: “Io la Musica son, ch'ai dolci accenti/ Sò far tranquillo ogni turbato core,/ Et hor di nobil ira, et hor d'Amore/ Poss'infiammar le più gelate menti”. Certo, un folto pubblico s'è infiammato assai, restituendo attraverso caldi applausi il forte coinvolgimento con un repertorio di raro ascolto nel capoluogo sardo.
Monteverdi ancora, col “Confitebor I” dalla Messa a 4 voci e salmi (1650), strutturato per voce acuta, due violini e basso continuo, caratterizzato da uno stile concertato. Passando, poi, dal sacro al profano, con la canzonetta “Quel sguardo degnosetto”, variazione strofica con la voce che 'aleggia' su un basso dato.
Federico Fiorio, in tutti questi brani, spicca innanzi tutto per una precipua qualità: un fraseggiare minuzioso, che scolpisce ogni parola con nitore raro (assenza di soprattitoli o testi stampati). L'acuto è fluido, ottimamente proiettato e il cando scorre liquido tra i registri, con fiati magnificamente sostenuti che gli permettono legature, messe di voce, cascate di note (nella canzonetta monteverdiana impeccabile la resa delle parole 'ardo', 'vola', 'nembi'). Ulteriore prova, la serenata “Hor che Apollo” di Barbara Strozzi, terzo brano dalla raccolta di Arie a voce sola Op. 8, pubblicata a Venezia nel 1664 con dedica alla duchessa Sofia di Brunswick-Lüneburg. Tra i pochi lavori della Strozzi con strumentazione (due violini e basso continuo), offre a Fiorio l'opportunità di esprimere al meglio la sua espressività, nel dipanarsi di emozioni che passano dal lamento alla disillusione, alla pacata rassegnazione. Esemplare il pianissimo con cui Fiorio conclude la pagina.
A condividere l'ottima resa della serata, l'ensemble strumentale che ha eseguito due hit dell'epoca, l'Aria quinta sopra la bergamasca dalle Sonate, Arie et Correnti, à 2 e 3 per sonare per diversi Istromenti op.3 (Venezia, 1642) di Marco Uccellini e la Chiaccona, canzone a due violini e tre col basso op.12 (Venezia, 1637) di Tarquinio Merula. Due violinisti di spicco, Sara Meloni (già in prestigiose formazioni come LaBarocca, Academia Montis Regalis e Accademia Bizantina) e Pietro Ferra (che collabora tra l'altro con Anima Eterna Brugge) appaiono virtuosisticamente a loro agio nella ritmicità ostinata e arricchita di variazioni e rimandi reciproci delle due ciaccone proposte. A completare l'organico, il toscano Dario Landi alla tiorba (già continuista negli ensembles Etruria Barocca, Musica Ricercata e nell'Orchestra Barocca Nazionale dei Conservatori), Giacomo Paulis al violone (collaboratore dell’Orchestre des Champs-Élysées) e la cembalista Noemi Mulas (formatasi post diploma con Bruno Canino, François-Joel Thiollier, e Lilya Zilberstein).
L'ampio successo della serata si è concluso con un magnifico bis, “Lascia la spina, cogli la rosa”, dall'oratorio di Händel Il trionfo del Tempo e del Disinganno, composto nel 1707, su libretto di Benedetto Pamphilj. Sebbene la pagina fosse nata a Roma durante il viaggio di Händel in Italia, in fondo a Venezia il compositore ebbe il culmine del suo successo con l'Agrippina nel Carnevale del 1709, dove venne soprannominato 'il caro Sassone'. Venezia quindi. Sempre e comunque.
Leggi anche
Cagliari, Lo Spedale, 11/10/2025
