L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il volo dei cigni

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ospita un concerto diretto dall’inossidabile John Eliot Gardiner, che presenta un programma lontano dal suo repertorio d’elezione: l’ouverture op. 81 da Genoveva di Robert Schumann, il Concerto n. 3 in do maggiore op. 26 di Sergej Prokof'ev e la Sinfonia n. 5 op. 82 di Jean Sibelius. Solista del concerto è Alessandro Taverna.

ROMA, 27 marzo 2026 – John Eliot Gardiner fa parte di quel novero di direttori d’orchestra viventi che può dirsi veramente grande e lo dimostra ogni volta sul campo. Negli ultimi anni il pubblico dell’Accademia di Santa Cecilia ha avuto più di un’occasione per ammirarlo ed avrà certamente constatato, soprattutto, l’incredibile freschezza con cui legge le partiture che interpreta, segno di uno studio ancora inesausto e di un amore per il suo lavoro. Non fa certo eccezione il presente concerto, che inizia con l’ouverture da Genoveva di Schumann. Ciò che colpisce di questa splendida esecuzione è la sensibilità per la grammatura, il volume sonoro, rigoglioso, netto, senza che questo impedisca di sfumare i passaggi, persino di cavarne piccole miniature, all’occorrenza. L’orchestra sembra un pennello sotto le mani di Gardiner: si riescono a godere i chiaroscuri, le verticalizzazioni, ogni dinamica, insomma. Gardiner ama i colori ben scontornati, netti, come si nota dagli interventi degli ottoni (una firma della scrittura romantica di Schumann). L’aspetto che emerge di più, comunque, è l’abilità di Gardiner di non scadere mai in un’esecuzione espressionista, nel senso deteriore, però, del termine: tutto si inquadra in una chiarissima lettura della partitura, dove tutto è porto, se mi si concede la metafora, con garbo. Il pezzo forte del primo tempo è il Terzo concerto di Prokof'ev, con solista Alessandro Taverna, talento nostrano già noto al pubblico ceciliano. Gardiner dirige il I movimento (Andante. Allegro) con grande precisione, mantenendo l’orchestra ben netta. Taverna ha buon agio di muoversi all’interno di una scrittura istrionica, ironica, schiarita anche dalla sensibilità agogica della mano di Gardiner. L’interprete palesa le sue doti al pianoforte: musicalità, fluidità, pulizia, ottimo gusto nel fraseggio e nel peso sonoro. L’ondivago movimento termina con un virtuosistico finale, molto ritmato, che fa scattare un applauso sincero, ma ovviamente poco ortodosso. Più interessante, nella resa, l’Andantino (II movimento). Gardiner è attentissimo a dosare il suono, creando vapori dagli effetti magnifici, sui quali si libra il pianoforte. Taverna sottolinea le caratteristiche di questa scrittura: sospesa, enigmatica, angosciante, imprevedibile. Si passa da stasi aquatiche a momenti sussultori, che cangiano e si stemperano più volte, facendo emergere, in particolare, un tema discendente memorabile per invenzione, di poche note, ambigue e scanzonate. Nell’ultimo movimento (Allegro ma non troppo) Gardiner imprime, ancora, un’agogica netta, che sorregge stupendamente gli accordi decisi, ritmici del pianoforte. La scrittura «iper-tecnica» (C. Moreni, dal programma di sala) di Prokof'ev raggiunge qui il suo apogeo, facendo emergere il rapporto fra «meccanico e poetico» (ancora Moreni), uno dei cardini estetici della sua scrittura. Val bene notare che il pianoforte è sempre ben udibile, come pure la scrittura orchestrale, senza mai strappare. L’impegno virtuosistico della tirata finale, una climax che cresce senza mai ingolfarsi, fa scatenare un applauso sentito. Il bis, la Fuga su un tema di Telemann di Max Reger, dà ancora modo di apprezzare il pianismo concreto, elegante, solido di Taverna, lontano da vuoti divismi.

Nel secondo tempo viene eseguita la Quinta di Sibelius. Gardiner si cimenta, egregiamente, con un repertorio a lui potenzialmente meno congeniale di quello d’elezione (il barocco), eppure il risultato è semplicemente magnifico. Stupisce, infatti, ancora una volta l’abilità del direttore di produrre un suono vibrante, pieno, accompagnandolo con una direzione vividissima: fin dal I movimento, viene fuori un quadro ad olio, che evoca perfettamente il paesaggio naturale e psichico di Sibelius. Si sarà notato lo spessore netto, penetrante, come folate di vento in foreste nordiche, degli impasti di archi e ottoni. Sempre il I movimento, nello sviluppo, regala brine delicate, algide vibrazioni degli archi – carezzate dal tocco di Gardiner. Una conduzione vivace ma morbida immerge gli ascoltatori, nel II movimento, nell’efflorescenza della fantasia di Sibelius, fatta di variazioni ritmiche, colori caldi, al contrario del I, che si muoveva su una tavolozza invernale. Praticamente perfetto anche il III movimento, l’ultimo. Basti citare il sublime lavoro che il direttore fa sul suono degli archi, il tema vibrato intonato dai violini, curando la sgranatura del loro timbro, soppesando le vibrazioni: è il tema ‘dei cigni’ («sono sempre nei miei pensieri e danno splendore alla mia vita»), monumentale nel suo incedere, coronato da scroscianti applausi.

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