L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’urgenza e la forma

di Antonino Trotta

Dal primo Beethoven all’Appassionata, fino a Schumann e Chopin: nel recital al Lingotto Musica, Igor Levit illumina una stessa urgenza espressiva, tenendo in tensione forma e slancio.

Torino, 3 marzo 2026 – Accostare la Sonata op. 2 n. 1 e la Sonata op. 57 di Beethoven significa, in apparenza, attraversare una distanza: due estremi di un percorso, due modi diversi di abitare la forma. Eppure, sotto questa distanza, si avverte una stessa urgenza espressiva, come un’inquietudine che nella prima ancora si insinua tra le pieghe del discorso – trattenuta, ma già febbrile, soprattutto nel vortice del Prestissimo – mentre nella seconda si libera senza più argini, fino a farsi necessità, pressione continua, materia incandescente. È come se, tra queste due sonate, che condividono anche la tonalità, quindi il colore, il carattere, Beethoven non cambiasse soltanto linguaggio, ma intensità di esistenza. Nell’op. 2 n. 1 la forma sembra ancora offrire un riparo, un ordine possibile, ma qualcosa insiste, incrina, spinge dall’interno. Nell’Appassionata, invece, quel qualcosa ha ormai preso il sopravvento: non c’è più lontananza tra impulso e suono, tra idea e gesto, e la musica si fa attraversamento, rischio, impellenza che non conosce tregua.

È proprio questa linea sotterranea, più che la distanza, a emergere con particolare evidenza nella lettura di Igor Levit, pianista russo naturalizzato tedesco, protagonista di uno splendido recital che Lingotto Musica programma nell’ambito della rassegna “ “”””I pianisti del Lingotto”. Più che sottolineare il contrasto, Levit sembra inseguire ciò che lega le due pagine: un’irrequietezza di fondo, una tensione che attraversa entrambe e ne ridefinisce i contorni. Così, il primo numero del rivoluzionario corpus appare già attraversato da un’inquietudine che non le appartiene del tutto, mentre la numero ventitré non si impone soltanto come punto d’arrivo, ma come espansione necessaria di qualcosa che era già in atto. In questo quadro, Levit attraversa entrambe le pagine con un fraseggio fortemente personale e un virtuosismo tecnico mai esibito come fine a sé stesso, ma costantemente piegato alla costruzione del discorso. Colpisce, in particolare, l’estro con cui rifinisce alcune variazioni dell’Andante con moto dell’Appassionata, lavorate con una libertà controllata che ne esalta il carattere cangiante senza disperderne la coesione interna. Più in generale, è lo slancio a definire la peculiarità della sua lettura: un impulso quasi incendiario che attraversa Beethoven e lo proietta in una dimensione di urgenza continua, talvolta anche a discapito di una piena messa a fuoco del dettaglio. Si pensi, ad esempio, alla trama polifonica del finale del primo movimento dell’op. 57, dove le diverse voci – che tanto guadagnano quando emergono in trasparenza – risultano a tratti compresse entro una visione più compatta e spinta in avanti.

I Nachtstücke op. 23 di Schumann e la Sonata n. 3 op. 58 in si minore di Chopin, nella seconda parte della serata, sembrano invece collocarsi in un territorio per molti aspetti più congeniale al pianismo di Levit. Si tratta di pagine che, per natura e ispirazione, mostrano un rapporto più libero e inquieto con la forma, meno vincolato a un’idea di sviluppo dialettico e più aperto a una dimensione lirica, episodica, talvolta visionaria. Proprio per questo, esse finiscono paradossalmente per mettere meno in discussione la poetica del pianista, che qui sembra trovare un equilibrio particolarmente felice tra controllo e abbandono, istinto e riflessione. Se Schumann offre l’altare dove celebrare un tocco che sa essere plastico e flessuoso, capace di tingere il dettato strumentale con una gamma sottile di chiaroscuri senza mai indulgere a un eccesso di materia sonora, Chopin rappresenta invece il banco di prova di una visione più ampia, in cui il discorso si distende in un arco narrativo coerente e continuamente percorso da una corrente elettrica che non ne spegne il mordente, ma lo alimenta dall’interno, mantenendola viva anche nei momenti di apparente sospensione come il sublime Largo in terza posizione, dove il suono si fa canto rarefatto e insieme intensamente presente.

Ecco dunque restituitaci l’immagine di un interprete che non cerca di imporsi sul repertorio, ma di attraversarlo con una coerenza di pensiero rara, riconoscibile, talvolta persino ostinata. Ed è forse proprio in questa ostinazione - nel modo in cui Levit rimane fedele alla propria idea di suono e di forma anche là dove il materiale sembrerebbe suggerire altre vie - che si misura la forza e, insieme, il limite di una lettura che non lascia indifferenti, e che continua a risuonare anche oltre l’ultima nota.

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