L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un mondo che non esiste (quasi) più

 di Stefano Ceccarelli

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia torna il consueto recital di Grigory Sokolov. In una sala gremitissima, il russo esegue la Sonata per pianoforte n. 4 in mi bemolle maggiore op. 7 e le Sei Bagatelle op. 126 di Ludwig van Beethoven, la Sonata per pianoforte n. 23 in si bemolle maggiore D. 960 di Franz Schubert e ben sei bis, il ‘terzo tempo’ del concerto, comprendenti pezzi di Chopin, Brahms e Scriabin.

ROMA, 30 marzo 2026 – Grigory Sokolov può essere a buon diritto definito un pezzo di un mondo che non esiste (quasi) più. Se la sua affermazione internazionale va fatta coincidere con la vittoria, giovanissimo, al Concorso Čajkovskij nel 1966, è solo nei primi anni del nuovo millennio che Sokolov si impone stabilmente nello star system dei pianisti più blasonati al mondo. Il russo, infatti, più che rincorrere i riflettori, ha sempre dato importanza alla qualità delle sue esibizioni pubbliche, considerando ogni esecuzione essenzialmente come un momento irripetibile e, proprio per questo, riproponendo, ogni anno, uno stesso programma, lievemente variato, nella sua fitta agenda. Il rigore, l’acuta sensibilità, la luminosità sonora, il virtuosissimo, la naturalezza del fraseggio: tutte queste caratteristiche sono il motivo per il quale la Santa Cecilia era così gremita di pubblico trepidante, la maggior parte del quale non ha messo piede fuori della sala fino a che Sokolov non ha finito di suonare l’ultimo dei suoi sei bis, praticamente una terza parte del concerto.

Ma procediamo con ordine. Il concerto si apre con la Quarta sonata di Beethoven e Sokolov si fa sùbito riconoscere: la resa della scrittura di Beethoven possiede una luce indimenticabile. Fin dal I movimento (Allegro molto e con brio) il suono è perlaceo, perfetto, anche negli accordi più energici. L’abilità principale di Sokolov è proprio quella di raggiungere questa tersa raffinatezza pur emettendo un suono tondo, mai velato, eppure morbido come il velluto. Il fraseggio è gioioso, schiarendo tema e sviluppo della forma sonata. L’interprete sottolinea anche il gioco dell’alternanza degli ‘affetti’, nel tema contrastato in minore, cui Sokolov conferisce un velo di elegante malinconia. Il timing è naturale, perfetto, mai strappato. Stupendi gli arpeggi, con cui Sokolov riesce a produrre effetti mirabili di rifrazione sonora. Nel Largo l’esecutore sottolinea maggiormente i contrasti dinamici: sublime il tema, dall’incedere lento, contrastato con i guizzi successivi, soprattutto delle terzine che riescono argentine come se l’interprete stesse pizzicando degli strumenti ad arco. L’Allegro, il III movimento, scorre sapientemente: abbellimenti, contrasti, più spedito virtuosismo si innervano in una naturale cantabilità, tra i migliori risultati della scrittura di Beethoven in questa sonata; magnifica, per energia e tensione drammatica (si sarà notato il lavoro con la mano sinistra) la sezione in minore. Il tema del rondò finale (Allegro ma non troppo), porto con sapiente eleganza, è variato con impareggiabile freschezza, soprattutto appare innervato di un’energia spumeggiante, che si traduce non in mera muscolatura, ma nell’eleganza sapiente delle fulgide fioriture, delle note ribattute, di ogni ornamentazione. Il pubblico applaude, già galvanizzato, mentre Sokolov, umile e dimesso come al solito, vorrebbe quasi attaccare, senza soluzione di continuità, le Bagatelle op. 126. Si sente che siamo davanti, ora, al Beethoven della maturità: i tratti più marcati e Sturm vengono meno, in nome di una cantabilità più eterea e tersa. Sokolov stesso modula il volume sonoro, scegliendo un suono più terso, specialmente in alcuni passaggi di puro godimento sonoro, come si è ascoltato fin dalla I (Cantabile e compiacevole). La resa complessiva è stupenda: Beethoven dissemina le Bagatelle non solo di perle melodiche (indimenticabile la VI, una sorta di raffinatissima barcarola), ma anche di slanci, oasi di puro suono (come la V) e momenti quasi metafisici (si pensi ad alcuni passaggi della IV), che Sokolov riesce ad incarnare in suono. Ancora, gli applausi conquistano la sala e pare non vogliano far riposare il maestro.

Il secondo tempo è interamente, quasi religiosamente dedicato ad uno dei capolavori dello Schubert maturo, la Sonata D960. Proprio come nella precedente sonata di Beethoven, ma con un peso specifico indubbiamente maggiore, Sokolov trova la quadra perfetta nell’equilibrio fra grammatura sonora, timing ed espressività. Il risultato, come si nota fin dal I movimento (Molto moderato), è la compresenza di tutti gli stati emotivi trasfigurati in una grazia olimpica; i colori che l’interprete riesce a creare hanno un sapore di fresca novità, il che è ovviamente incredibile, considerando quanto celebre sia la D960 e da quanti celeberrimi interpreti è stata eseguita. Uno dei pregi dell’interpretazione di Sokolov stasera, comunque, rimane l’abilità di far entrare in risonanza la sovrapposizione dei diversi piani armonici, con un’uniformità incredibile, valorizzandone le risonanze, soprattutto negli arpeggi. Da notare, infine, l’arte sopraffina di variare sempre peso sonoro ad ogni ripetizione del tema principale. L’Andante (II), in forma di rondò, colpisce sempre per il tema iniziale, sospeso, ipnotico, che viene letto da Sokolov sottolineando, con perfetta pulizia ritmica, proprio questo rintocco che evoca una malinconica tristesse: la parte centrale aumenta di volume e di tensione emotiva, permettendo a Sokolov lo sfoggio del suo terso fraseggio. L’Allegro vivace con delicatezza (III) è veramente letto con ‘delicatezza’: una particolare cura profusa dall’interprete nella sgranatura del suono, nell’eseguire le morbidezze, nello stemperare gli accenti, l’agogica così delicatamente cullante, tutto concorre a rendere indimenticabile questa interpretazione. La sezione centrale, ancora in aperto contrasto con la prima, viene resa introspettiva dal sapiente gioco dei volumi. Infine, il IV movimento (Allegro ma non troppo) scorre vividissimo nelle mani di Sokolov, il miglior modo per chiudere la sonata. L’interprete sceglie di accentuare i contrasti, lavorando di puro peso sul suono, senza modificare l’incedere alquanto regale che ha mantenuto per tutta la lettura della D960: in tal senso, gli slanci, ancorché misurati, suonano più incisivi che mai. Appena posa le mani, la sala esplode in un applauso fragoroso, una standing ovation. Ecco che, come di consueto, Sokolov regala il ‘terzo tempo’, un programma non annunciato, a sorpresa. Ognuno dei sei bis è accompagnato da applausi che paiono non finire mai: in ordine, la Mazurka op. 50 n. 3 di Chopin, la Rapsodie op. 79 n. 2 e la Ballata op. 10 n. 3 di Brahms, nuovamente due mazurke di Chopin (op. 68 n. 2 e l’op. 30 n. 3), per terminare con il Preludio op. 11 n. 4 di Skrjabin. A malincuore, bisogna ammettere, lasciamo la sala e solo quando le luci accese ci dimostrano che il maestro vuole prendersi il meritato riposo.

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