Divini affetti
Il Tiroler Festpiele di Erl propone nel Venerdì Santo la Johannes-Passion di Bach. È un'esecuzione di alta qualità e profonda ispirazione, con punte eccellenti nella resa dei diversi livelli retorici e narrativi della partitura.
ERL, 3 aprile 2026 - Lo stemma con la corona di spine non lascia dubbi: Erl è la città della Passione. Dal 1613, come voto dopo la pestilenza, ogni sei anni, la cittadinanza rappresenta i fatti neotestamentari e il primo, storico teatro della città è proprio la Passionsspielhaus, bruciata nel 1933 e riedificata alla fine degli anni '50 su progetto di Robert Schuller. Il cilindro alato bianco che domina, dall'alto del prato, il panorama di Erl è stato anche la sede storica del Tiroler Festspiele, prima che lo affiancasse il profilo acuto, ispirato alle spine, della Festspielhaus, inaugurata il 26 dicembre del 2012.
La Johannes-Passion di Bach qui, il Venerdì Santo, alle tre del pomeriggio dà davvero la sensazione di non assistere a un concerto, ma di partecipare a un rito, tale la concentrazione devota del pubblico radunato soprattutto, si direbbe, da Tirolo e Baviera. Anche la presenza dei sovrattitoli solo in lingua tedesca fa pensare a una celebrazione intraducibile, rivolta a tutti, certo, condivisa e partecipata, non concepita come spettacolo per un pubblico.
Eppure, siamo pur sempre in un festival di prima qualità musicale e l'atmosfera di intima partecipazione – non importa quale sia e se vi sia una fede – va di pari passo con un'esecuzione d'altro profilo. Perfino negli imprevisti, perché giunti in teatro si apprende che l'Evangelista, questione non da poco, è stato sostituito all'ultimo momento: invece di João Terleira ascoltiamo Christopher Willoughby, veterano della parte a dispetto della giovane età (pare l'abbia cantata per la prima volta a diciassette anni). Forte sia della formazione come puer cantor all'Abbazia di Westminster, sia del perfezionamento e della carriera fra Austria e Germania, Willoughby domina perfettamente l'alta retorica del recitativo bachiano, così come l'afflato delle pagine liriche previste per il tenore. Trova, peraltro un'ottima sponda nella concertazione di Tobias Wögerer, trentacinquenne di salde esperienze che conduce la partitura con felice passo concettuale e narrativo, calibrandone a dovere i diversi piani. Trovano il giusto respiro e si distinguono con intelligente continuità il dramma evangelico (assai bene, a proposito, lo Jesus di Jacques Imbrailo e il Pilatus di Edward Grint, quasi astratto, semidivino il primo, virilmente presente il secondo, ma anche i coristi Maryia Kozyrava come Ancilla, Vasili Lipski, Servus, e Aliaksandr Kanavalau, Petrus) e i raccoglimenti lirici, le riflessioni delle arie; i corali in cui prende voce l'assemblea dei fedeli e i numeri in cui è la turba a esprimersi aspra. Una limpida ratio teologica si vena di un pathos di chiara ascendenza pietistica nella drammaticità asciutta di questa Passione che Wögerer rende eloquente nel rigore. L'orchestra del Festival è di impianto moderno e per l'occasione accoglie, oltre all'organo, liuto, oboe d'amore e viola da gamba, suonati questi ultimi in alternanza con oboe e violoncello, mentre l'oboe da caccia cede il posto al suo discendente corno inglese e per la coppia di viole d'amore si sceglie l'opzione per due violini, che si distinguono per un'ariosa cantabilità particolarmente suggestiva nell'assolo del tenore “Erwäge, wein sein blutgefarbter Rucken”, una delle perle di questo pomeriggio. L'organico così impostato non risulta anacronistico né apre uno iato sul piano dello stile: al netto di fisiologiche caratteristiche dei singoli strumenti, il suono complessivo ha il giusto peso e la giusta densità, ben levigato, morbido o pungente, ombreggiato come se il rilievo severo dell'intonazione evangelica ricevesse poi sfumature e profondità nelle riflessioni poetiche, sottolineate anche dal passaggio dall'essenzialità del solo continuo, all'assieme e allo spiccare di voci concertanti. Un gusto aggiornato e consapevole, una moderna sensibilità risultano plausibili e pertinenti distaccandosi dal Bach turgido e iperromanticizzato di tempi andati anche senza strumenti e accordatura antichi. Con l'orchestra, fa la sua parte fondamentale il Coro del Festival preparato da Olga Yanum, precisissimo ed egualmente persuasivo nella feroce invocazione di Barabba come nella dolente meditazione pasquale. Mentre le arie di tenore e basso sono affidate ai validissimi Willoughby e Grint, quelle di soprano e contralto spettano rispettivamente a Karola Sophia Schmid, di dolcezza davvero angelica e luminosa (da ricordare “Zerfliesse, meine Herze” con le coppie di fiati concertanti), e Jasmin Etminan, non meno pregevole per la sua calda, umana compostezza.
L'attenzione quasi solenne della sala, intonsa per quasi due ore, si scioglie alla fine nel più sentito degli applausi.
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