L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Chirurgia musicale

di Mario Tedeschi Turco 

Nella stagione concertistica della Fondazione Arena brillanole qualità del violinista Inmo Yang, sebbene non sempre in perfetta sintonia con la direzione distesa e asciutta di Marco Angius, subentrato in sostituzione del previsto Oleg Caetani.

VERONA, 10 aprile 2026 - «Nella lentezza c’è la ricchezza»: abbiamo pensato a questa celebre frase di Sergiu Celibidache, durante tutto il concerto di Fondazione Arena al Filarmonico. Pronunciata per spiegare le ragioni più profonde delle proprie scelte esecutive in relazione al raggiungimento della necessaria tensione strutturale verso i punti culminanti della composizione, nonché l’orditura dei dettagli sia nelle più ampie campiture che nelle micro rifiniture, di certo l’indicazione vale qualora spessori fonici, varietà dinamiche, sfumature timbriche vengano restituiti in maniera organicamente relata ai testi di impianto, onde evitare il massimo disdoro dell’interpretazione, vale a dire la produzione di una dottissima ma logorante noia. Ora, che possano diventare effettivamente noiosi due immani capolavori come il Concerto per violino di Mendelssohn e la Sinfonia fantastica di Berlioz è eventualità da noverare tra le più remote: eppure, qua e là, nella serata veronese, il male metafisico in oggetto è parso affacciarsi, ad onta d’una precisione, talora anche d’un virtuosismo esecutivo, che sono sembrati indiscutibili.

Partiamo dal Concerto: il solista Inmo Yang, vincitore del Premio Paganini di Genova nel 2015, ha mostrato uno splendido legato, un’intonazione di assoluta perfezione, agilità di mano sinistra sicura; del pari, la cavata è apparsa ampia, la tecnica dell’archetto fluida, la qualità del suono chiara, definita, nitida. Eppure, nella scansione del tactus concordata con Marco Angius (sostituto del previsto Oleg Caetani: e certe cautele esecutive di cui diremo forse sono dovute a una concertazione non abbastanza provata), davvero poco ci è parso tornare dell’espressività a volte febbrile (nell’Allegro molto appassionato), a volte sognante (nell’Andante), e nella geniale sintesi del movimento finale, che quei gesti poetici unisce insieme evocando un’utopia pura di visioni fantastiche e fatate che, da sola, potrebbe siglare il concetto stesso di “romantico”. Yang e Angius hanno puntato tutta l’interpretazione sulla correttezza, sulla precisione, il tempo allargato costante a garantire certamente trasparenza e dettagli (eccellente la prova dell’orchestra in ogni sezione), ma obliterando del tutto – ci è parso – lo spirito mercuriale e il pathos fiammeggiante della partitura. C’è da dire che esiste tutta una tradizione che ha immerso Mendelssohn troppo spesso in una temperie neoclassicheggiante non si sa bene dove fondata, se non su un luogo comune “genio e regolatezza” che è pur possibile, forse, rinvenire in alcuni dei suoi gesti compositivi: ma che non sono poi molti, e certo non sono quelli fondamentali, come possono dimostrare le interpretazioni di questo Concerto di Isaac Stern con Ormandy, o i Concerti per pianoforte di Katsaris con Masur, o le recentissime, eccezionali incisioni delle Sinfonie di Andris Nelsons con la Gewandhaus, o le Variations sérieuses di Horowitz o Richter, o l’Ottetto con i Cleveland e i Meliora, o i Lieder ohne Worte di Ilse von Alpenheim, o il Sogno di una notte di mezza estate di Klemperer o Ozawa… Nel vero Mendelssohn, un ribollire di contrasti, un’energia sempre pronta a esplodere, a fianco d’un lirismo viscerale, struggente, carico di fuoco, slancio e totale dedizione al sentimento sono materia prima della scrittura, sorvegliata certo da una maestria strutturale suprema, ma non per questo da occultare in un compassato “riferire il testo” con pedagogico raziocinio. Peccato, si diceva, perché poi la qualità oggettiva dell’esecuzione è stata precisa, priva di sbavature o incertezze, con un solista di altissima competenza per equilibrio, ordine e razionalità, ottimamente sostenuto, in questo senso, da orchestra e direttore, che possiede un gesto asciutto che sa tracciare disegni chiarissimi con estrema eleganza. Ma del «gioiello del cuore» evocato da Joachim, a noi è parso giungere ben poco. Vivissimo peraltro il consenso del numeroso pubblico, e bis bachiano (la Fuga dalla Sonata n. 3) concesso da Yang.

La Sinfonia fantastica di Berlioz, nella seconda parte della serata, ha replicato le linee interpretative di tendenza rilevate per Mendelssohn: tempi larghi e prudenti, ma buon bilanciamento delle sezioni, pregevoli interventi dei legni e degli ottoni, attacchi di apprezzabile esattezza. Il tutto però in un’interpretazione super-intellettuale, chirurgica diresti, che se ha avuto il pregio di togliere talune enfasi (convincente la resa dei due ultimi movimenti, in questo senso, con un’intensità sbalzata notevole nella citazione del Dies irae), a noi è sembrata priva di quella spinta vitale che muove il fraseggio, specie nella Scena campestre con i suoi asperrimi contrasti di narrazione animata, agitatissima. Un Berlioz possibile, questo, come osservato dall’esterno – e per questo magari anche suggestivo e certamente ben realizzato. A patto di non cercarvi il sogno sovrumano dell’artista, irriducibile al mondo, perso nelle tenebre che il suo stesso smisurato Io ha creato per la propria fantasia di disgregazione: questo no, questo la visione di Angius non è riuscita a trasmettere. Non è detto che sia un male, ma chacun à son goût: quello del pubblico, peraltro, ha premiato nuovamente con lunghi applausi l’esecuzione.

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