L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Bach legge il vangelo 

 di Stefano Ceccarelli

Dopo oltre un decennio la Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach torna all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sotto direzione di Riccardo Minasi. Se ottima è la prova del direttore e delle maestranze, orchestra e coro (voci bianche e non), diseguale per resa e qualità è quella del cast dei solisti. 

ROMA, 3 aprile 2026 – Uno dei massimi capolavori di Johann Sebastian Bach, la Passione secondo Matteo, amatissima da schiere di filosofi ed intellettuali ed osannata come una delle vette della musica sacra occidentale, è oggi un’opera complessa da portare in scena, per più fattori. Innanzitutto, il precipuo colore della partitura: la Passione secondo Matteo è eminentemente contemplativa, concettuale, concede poco ad una fruizione estetica del massimo mistero cristiano, presentando uno scavo musicale profondo della parola evangelica. Ha ritmi spesso lenti, si sottrae (tranne qualche eccezione) ad un gusto che potremmo definire maggiormente operistico, caro al pubblico contemporaneo. In effetti, non è un’opera finalizzata al piacere, ma al rito pasquale riformato. Ciò la rende, dunque, di complessa fruizione.

Riccardo Minasi, specialista del repertorio, è forse la persona più indicata per ‘portare’ la Passione secondo Matteo in terra, nel senso che la sua lettura complessiva non può che dirsi intenta allo scavo delle emozioni umane. Il direttore asseconda bene il ritmo della partitura (si pensi la gestualità teatrale mostrata nella scena del processo), donandone una resa vivida, coerente e, soprattutto, unitaria. Altro protagonista assoluto, per qualità e resa, è il coro dell’Accademia: si pensi al celebre e sublime «O Haupt voll Blut und Wunden», una contemplazione del volto di Cristo morente e incoronato di spine o, ancora a mo’ di esempio, il tragico, lamentoso ma anche penetrante e potente «O Mensch, bewein’dein’ Sünde gross». Ancora, i complimenti vanno anche all’orchestra, non solo per la resa complessiva della partitura, ma anche per la bravura delle singole parti ‘obbligate’ che nelle numerose arie duettano, è il caso di dire, con i solisti. Purtroppo, invece, c’è da notare come il cast vocale, complessivamente, non abbia brillato, se non per alcune eccezioni. Parlando di James Gilchrist, un veterano nel ruolo dell’Evangelista, va sottolineato, in primo luogo, che il problema più vistoso appare nelle scelte di gusto: un fraseggio perennemente teso, con pochi colori, sforzato nella regione acuta della voce, lo porta, in più di un’occasione, a perdere l’intonazione, alla qual cosa si aggiunge lo stato non certo ottimale del suo mezzo vocale, che appare sfibrato e vuoto di armonici, granuloso e poco compatto. La parte del soprano è cantata da Jane Archibald, la quale, pur dotata di una voce intonata, con un timbro pastoso, pecca non poco nel volume: l’emissione è molto contenuta, poco udibile, persino di fronte ad un’orchestra opportunamente diminuita in unità, soprattutto nella tessitura bassa. In tal senso, il momento migliore per lei è l’aria «Aus Liebe», dove la voce si sposa bene con il flauto obbligato. Nelle voci femminili spicca Sophie Rennert, nel ruolo del contralto. Dotata di una voce pastosa, certo non voluminosa ma più udibile di Archibald, Rennert vanta un certo calore e una qual malleabilità nel mezzo vocale. Fra le sue arie, la più riuscita è la terza («Können Tränen meiner wangen»), dopo un recitativo intensamente drammatico, un’aria estaticamente malinconica, dove si contemplano le ferite e il sangue di Cristo – Minasi accentua, qui, i sussulti dell’orchestra. Anche la quarta («Sehet, Jesus hat die Hand»), comunque, si distingue per un recitativo drammatico e per una buona linea vocale, sorretta da una florida orchestra. Linard Vrielink canta il ruolo del tenore. Se il timbro è gradevolmente brunito e accentuatamente vibrato, non sempre la voce lo assiste nella zona acuta, producendo suoni metallizzati e un po’ sfibrati; delle due, la seconda aria riesce meglio («Gehuld, Gehuld»), soprattutto perché il contenuto accompagnamento orchestrale concede a Vrielink, non certo dotato di un volume ampio, di farsi meglio udire. Per quanto riguarda i due bassi, Cody Quattlebaum (Gesù) mostra certamente una voce cavernosa, tornita, dal nucleo cantabile: è capace di sfumature che escano anche da una postura comprensibilmente ieratica, come nella scena dell’ultima cena. Edwin Crossley-Mercer è azzeccato nel secondo ruolo del basso, grazie alla morbidezza del mezzo vocale, alla cantabilità e buona proiezione del mezzo vocale; le sue due ultime arie («Komm, süsses Kreuz» e «Mache dich, mein Herze, rein») possiedono una tragica sacralità, ben colta dall’interprete soprattutto nel legato e nella linea di canto. Gli applausi finali, certamente generosi, testimoniano il gradimento del pubblico.

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