Il canto degli epigoni
Elgar e Rachmaninov sono i numi tutelari di una serata che vede, per la penultima volta nella stagione, il ritorno sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale del suo direttore principale
TORINO 9 aprile 2026 - Nonostante una generazione divida Edward Elgar (1857-1934) dal più giovane Sergej Rachmaninov (1873-1943), i due musicisti presentano più di un tratto in comune, e molte loro opere significative vedono la luce negli stessi anni: quelli della piena maturità per il primo, quelli della prima maturità per il secondo che, come si sa, dopo la Rivoluzione d'ottobre e la fuga dalla patria vedrà la propria vena creativa estinguersi poco per volta, producendo nel quarto di secolo successivo solo una manciata di lavori. Resta il fatto che alcuni autori, non tutti, di Inghilterra e Russia non furono mai così vicini a livello di Weltanschuung come nei primi decenni del Novecento, soprattutto quelli legati a visioni maggiormente legate alla tradizione, che, a scapito degli imminenti rivolgimenti del primo conflitto mondiale, aveva anche da un punto di vista politico, per due gentlemen come Elgar e Rachmaninov, un vessillo in apparenza inamovibile e rassicurante nelle figura dei rispettivi sovrani Giorgio V e Nicola II, cugini di primo grado a capo di due tra gli imperi più vasti mai esistiti nella storia umana.
Frutto estremo del catalogo elgariano, il concerto per violoncello e orchestra in mi minore op. 85 nasce nel 1919, nei mesi precedenti la scomparsa della moglie Alice, dopo la quale il compositore smetterà di scrivere quasi del tutto. La performance torinese si è potuta giovare di Julia Hagen, in veste di solista, con l'OSN Rai guidata dal suo direttore principale Andrés Orozco-Estrada.
Si tratta di un pezzo in cui la profonda e autentica vena elegiaca di Elgar trova il proprio contrappeso in un discorso sinfonico energico e vibrante, senza però mai perdere quell'aura nostalgica e un po' malinconica, quel senso di rimpianto molto civile e mai disperato per qualcosa di perduto che si ritrova spesso tra le sue pagine più ispirate. La Hagen, classe 1995, dimostra di parlare con naturalezza lo stesso linguaggio, entra nel giusto umore di questa musica sospesa tra gioia intima e drammaticità discreta e contenuta, scolpisce con vigore l'assolo che introduce il primo movimento ma sfodera all'occorrenza un fraseggio leggero in punta d'arco, come nell'Allegro molto in seconda posizione o nel finale, il più variopinto dal punto di vista timbrico dei quattro movimenti in cui si divide l'insolito concerto. La violoncellista tedesca ha il dono, evidente anche nella Sarabanda dalla prima suite di Bach proposta come bis, di far cantare lo strumento in modo appassionato non solo nelle meditative terzine di crome legate dell'Adagio ma pure nei passaggi dei tempi veloci dove la scrittura di Elgar ha un che di capriccioso e umorale che potrebbe mettere in difficoltà qualsiasi esecutore privo di doti eccelse. Al suo fianco, Julia Hagen può contare sulla bacchetta di Orozco-Estrada, che da esperto navigatore nei mari del repertorio tardoromantico conosce bene i momenti (pochi) nei quali spingere sul pedale della sonorità e quelli (molti) in cui invece asseconda con una presenza discreta ma non remissiva le tranquille evoluzioni del solista, valorizzando in maniera compiuta la partitura del maestro inglese, i pieni e i vuoti di una trama narrativa ora muscolosa ora esile, ma in definitiva sempre raffinata e calibrata.
E' un vero peccato che l'opera di Elgar, che avrebbe potuto essere scritta vent'anni prima, sia di durata abbastanza breve. Eseguita in questo modo, anche la musica di un epigono che non ha cambiato di una virgola la storia della musica occidentale rivela un fascino sottile che forse si apprezza appieno solo oggi, quando il fervore polemico su tradizione e progressismo è sepolto insieme alle vecchie generazioni.
In fondo, senza allontanarci dal solco (e dalla medesima tonalità!), anche la Sinfonia n. 2 in mi minore op. 27 di Rachmaninov, datata 1906-1907, potrebbe passare per un lavoro passatista. Qui all'ascolto il risultato è tuttavia differente: si desidera che la durata sia inferiore.
Non saprei dire se ci troviamo di fronte al capolavoro sinfonico di Rachmaninov, come spesso si legge. L'orchestrazione è magistrale ed esplora una vastissima gamma di sfumature espressive ma la forma, soprattutto nei tempi estremi in forma sonata, appare nel complesso talvolta oppressa da ridondanze che finiscono per penalizzare la freschezza e la spontaneità dei temi di chiara derivazione čajkovskiana. Bisogna con onestà riconoscere che l'interpretazione di Andrés Orozco-Estrada è davvero, oggi, una delle migliori possibili a livello internazionale ed è merito della bravura personale del direttore colombiano-austriaco e dell'intesa con un'Orchestra Sinfonica Nazionale che sotto la sua guida riesce a tirar fuori di frequente quell'audacia un po' temeraria che consente di gettare il cuore oltre l'ostacolo, entusiasmando il pubblico con performance elettrizzanti. Il rischio di far passare questa magniloquente e generosa sinfonia per un Čaijkovskij appesantito fuori tempo massimo è stato così scongiurato e la platea ha potuto apprezzare un'esecuzione al calor bianco e di elevata intensità, dalla misteriosa introduzione (Largo) con la cellula generativa del primo movimento (e non solo) strisciante nei bassi, alle aperture melodiche degli archi nelle numerosi oasi cantabili che raggiungono il culmine nel celebre Adagio, forse il momento più alto del lavoro, agli squilli col motivo del Dies Irae, autentica ossessione per Rachmaninov, che incorniciano lo Scherzo. Ma è il vasto finale (Allegro vivace) l'asso nella manica calato dai protagonisti: podio e orchestra appaiono legati a doppio taglio in una prestazione memorabile con una splendida ed equilibrata resa dell'alternanza tra l'edonismo scintillante dell'attacco e della stretta e l'ampio tema dal sapore russo che si alterna nella parte centrale prima di concludersi tra le acclamazioni e gli scroscianti applausi della sala.
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