L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Ed è subito trionfo

di Alberto Spano

Andris Poga e Andrei Korobeinikov firmano un memorabile concerto nella stagione sinfonica del Comunale di Bologna. Sui leggii Rachmaninov e Šostakovič.

BOLOGNA, 9 aprile 2026 – Zitto zitto, senza aver vinto un grande concorso pianistico internazionale (a parte lo Scriabin nel 2004 e il Rachmaninov di Los Angeles nel 2006), senza una major discografica alle spalle, senza grandi agenzie, senza battage pubblicitario, senza uffici stampa, solo grazie al suo talento e al suo valore, il pianista russo Andrei Korobeinikov è entrato definitivamente nei maggiori circuiti musicali internazionali. Ha inciso dischi (mirabile il suo Scriabin) per piccole introvabili etichette, ma ha collaborato con grandi orchestre e grandi direttori, fino a diventare a 39 anni uno degli interpreti più convincenti e più solidi della sua generazione. A dispetto del basso profilo d’immagine e dell’aspetto quasi dimesso, quando gli abbonati alla sinfonica se lo ritrovano davanti senza nulla sapere di lui e lo ascoltano, scevri da qualsiasi imbonimento pubblicitario, succede quello che deve succedere, come puntualmente avviene al Teatro Manzoni, per il quarto appuntamento della Stagione Sinfonica 2026, con l’Orchestra del Teatro Comunale diretta dal debuttante sotto le Due Torri Andris Poga, 45 anni, lettone. Il pianista entra, con la camicia scura d’ordinanza, quasi timido, immerso nei suoi pensieri. Stringe la mano al primo violino, poi si siede, sistema il seggiolino e si concentra. Lunga, lunghissima concentrazione (giustamente), prima di attaccare i celebri accordi iniziali del Secondo Concerto di Rachmaninov, quello in do minore op. 18. Sì, proprio quello, reso popolare dal cinema, quello di Marilyn Monroe e del suo povero vicino di casa in Quando la moglie è in vacanza (1955). E il pensiero va subito al travolgere della passione, del tradimento, del peccato. Korobeinikov (che al Manzoni si ascoltò in duo con Vadim Repin nel 2017 [Bologna, concerto Repin/ Korobeinikov, 27/02/2017], attacca gli accordi perfettamente a piombo, con suono subito bellissimo e un crescendo dinamico di inaspettata potenza, un climax perfetto, l’apice e poi lo scioglimento graduale di tanta energia dentro l’orchestra, quasi un’immersione acquorea, fino a disperdersi letteralmente fra gli archi favolosamente spiegati dalla bacchetta di Andris Poga. A un incipit così perfetto, calibratissimo e spontaneo assieme, non può che seguire una condotta assolutamente magistrale, il suono sempre bello, la tecnica adamantina, i rubati vertiginosi e le variazioni agogiche da fuoriclasse, in intesa ideale col direttore. Un tutt’uno. E poi e poi… impossibile descrivere la bellezza incarnata nella musica dell’eloquio strumentale di Korobeinikov, che in Rachmaninov azzera qualsiasi accenno di sentimentalismo: con lui è tutto solo un canto che emerge dalla tastiera, una romanza senza parole infinita, un sentire nobile e austero, una disperazione più osservata che vissuta, uno spleen mentale profondo, in una parola, una “melancolia” che tutto avvolge e travolge. Nel contempo c’è chiarezza, prodigiosa e moderna, suoni quasi anodini a volte sospesi con geniali rallentamenti, eppure sempre tesi fino allo spasimo. Il pensiero va ovviamente al mondo di Sviatoslav Richter, sommo dispensatore di sublimi lentezze. Il faro è quello. Ma emerge anche una specie di purezza, una semplicità del fraseggio che non può non far pensare alla prima leggendaria incisione di Rachmaninov stesso con la Philadelphia Orchestra e Leopold Stokowski, anno di grazia 1924. Tutto sembra partire da lì, l’immagine netta e precisa del pianismo ineluttabile di Rachmaninov, come emendato dai fruscii del 78 giri. E il riconoscerlo è facilissimo a chiunque, quasi scontato. L’Adagio sostenuto è realizzato con una riuscita coerenza, il tempo è lentissimo ma cammina, la tensione è quasi spasmodica. Il pubblico è in apnea, fino allo svolgimento in quasi gioco dell’Allegro scherzando, poi Moderato, Presto, alla breve, fino all’Agitato, poi Maestoso, infine Risoluto. Tutto eseguito in modo così consequenziale e rapinoso da far pensare alla musica come a una reazione chimica. Non può altro che essere così. E, manco a dirlo, anche fra il pubblico si risolve l’equazione, all’inizio quasi frastornato da tanta bellezza, per poi esplodere in trionfo, come risvegliato da uno stato di inebetita felicità. Non c’è nulla da fare, l’entusiasmo contagia anche i muri, viene in mente l’espressione detta da qualcuno che aveva ascoltato il giovane Richter: “veniva voglia di aggrapparsi alla poltrona”. Emozioni collettive che succedono di rado, che possono avvenire solo con interpreti di razza come Korobeinikov e Poga, fratelli gemelli di agogiche e dinamiche. Apoteosi, richiesta di bis e pronta risposta con due Preludi di Rachmaninov. E qui accade il miracolo nel miracolo: il gran coda Steinway del Manzoni dopo un Rach2 così intenso è un po’ provato, eppure Korobeinikov si siede e ne cava sonorità assolutamente impensabili prima, quasi secche, che intendono dirci: spettatore, bada bene che Rachmaninov non è il compositore del singulto facile, ma è l’ultimo principe delle audaci transizioni armoniche, parente stretto di Schubert e Chopin. Il pianista-camaleonte si adatta allo strumento che trova, lo sente fisicamente, lo trasfigura. Qualche “coro” è saltato? Niente paura, si stacca molto di pedale, ed ecco servito il piatto musicale perfetto e fragrante. Stupore, ammirazione. Succede: tutti, un migliaio di persone, sono un sol uomo, “il pubblico” ne esce succube e devoto. Il consenso è unanime, quasi muto, da far apparire l’applauso quasi disturbante: vien voglia di fermare il tempo, di sognarlo, investiti tutti da cotanta bellezza. Trasfigurata è anche l’Orchestra del Teatro Comunale, che appare come rigenerata. Tutti improvvisamente sembrano solisti, il suono è compatto e trasparente, l’impasto degli archi è da non credere alle proprie orecchie. Siamo a Bologna o a Vienna o a Salisburgo? Mosca o San Pietroburgo?

Segue una Quarta Sinfonia di Šostakovič da manuale, tutti i musicisti come avvolti in un turbine, a fare a gara a chi emette il suono più bello e levigato dal proprio strumento. Forse non se ne rendono conto neppure loro, perché Andris Poga con quel suo gesto asciutto, essenziale, quasi trattenuto, in realtà è un demiurgo del podio, irretisce l’orchestra e ottiene sonorità scintillanti quasi impensabili, suoni robusti, sempre snelli e rotondi anche nell’eccesso dinamico, alternati a delicatezze da cristalleria. Il gesto è efficace nella sua naturalezza, si viene come condotti in un vortice. Impressionano certi crescendo, realizzati alla perfezione. Il linguaggio di Šostakovič un po’ sardonico, un po’ retorico (ma quanto basta), un po’ grottesco, un po’ ironico e pungente ma alla fin fine malinconico anche lui, conclude in un tripudio generale. Grande serata, grande concerto.

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