Forma e spirito
L'infortunato Alexander Lonquich è sostituito da Louis Lortie, che fa così uno splendido debutto a sorpresa, fra Mozart e Mendelssohn, con la Form - Orchestra Filarmonica Marchigiana, insignita nell'occasione del Premio Tiberini.
SENIGALLIA, 11 aprile 2026 - La notizia dell'infortunio accorso ad Alexander Lonquich è serpeggiata con preoccupazione: chi potrà sostituirlo in un programma che lo prevedeva impegnatissimo, direttore e solista in ben due concerti (il n.20 K 466 di Mozart e il primo di Mendelssohn)? Restano dispiacere e solidarietà per l'incidente, con l'augurio di rivedere Lonquich al più presto, ma almeno le sorti delle quattro date della Form fra Marche e Umbria sono finite in ottime mani, portando al debutto con l'orchestra regionale di Louis Lortie.
Il pianista franco canadese, senza batter ciglio, si è preso in carico un impaginato tutt'altro che leggero concedendosi anche per un bis (lo Studio n.1 op. 25 di Chopin, la cosiddetta Arpa eolia) – ben due concerti solistici non lo si dava per scontato, quindi doppio plauso alla generosità. Prontezza, disponibilità e resistenza non sono, tuttavia, che una parte e un presupposto per una prova di autentico spessore artistico: innanzitutto Lortie ha una chiarezza di concertatore che non è così comune riscontrare nei solisti prestati al podio, nemmeno se eccellenti. Pianoforte disposto strategicamente al centro, ha come scopo palese rendersi sempre ben comprensibile, il più possibile presente (quattro date per quattro teatri, ciascuno con la sua acustica, e a Terni anche un diverso strumento), volto a guidare e collaborare. Autorevole e lontanissimo, insomma, dalla visione solipsistica di un soggetto cardine da accompagnare.
In termini generali, non viene meno l'importanza, nell'attività dell'orchestra, di un direttore “puro” come punto di riferimento, anche per il lavoro continuativo sul suono. Fa riflettere che, mentre altrove, con bilanci in confronto faraonici, si perverte il ruolo di direttore musicale in figura di rappresentanza imposta dall'oggi al domani per “dirigere pochissimo”, i continui tagli alla cultura rendano per molte istituzioni difficile permettersi di stabilire un rapporto continuativo così importante e costruttivo.
In termini particolari, concentrandoci su questo programma, Lortie è tanto limpido nel suo ruolo di concertatore quanto lo è in quello di solista. L'accostamento fra i due divini fanciulli Mozart e Mendelssohn non è, sic et simpliciter, una formula collaudata e uno slogan vincente, non è la graziosa figurina del luminoso giovane prodigio dall'innata, serena ispirazione. È un rapporto stretto, una discendenza diretta, una sorta di specchio che mostra come la precocità di un genio profondamente radicato in classiche, levigate forme, palpiti di vita, tensioni, ombre. Scegliere le cadenze di Beethoven per il concerto mozartiano significa collocare l'opera in una serrata continuità di scuola e tradizione, così come far precedere il concerto di Mendelssohn con l'ouverture da Das Märchen von der schönen Melusine ci porta sul confine della Elfenmusik fra leggiadria fiabesca e tensioni inquiete (come non pensare all'Erlkönig di Schubert?). In fondo anche il Mozart estremo attraverso la fiaba esplora ombre e profondità, ombre e luci.
La visione d'insieme mostra la consapevolezza del pathos insito nella forma, di una continuità che non è omologazione; il tocco pianistico è sempre di gran classe, perfettamente soppesato nel dar valore alla nota con nobile sincerità, un senso d'astrazione che sa di classica purezza, non di freddezza speculativa, come la superficie levigata di un Canova che c'illude di un calore e una tenerezza al tatto, che vive lasciandosi accarezzare dalla luce. Con tutta naturalezza, esprime anche vigore, dà al rapporto fra solista e orchestra una gamma di sfumature in cui alligna sapientemente un multiforme Streben faustiano, non privo di spirito giocoso. Anche la scelta, come fuori programma, di uno Chopin pure affine alla fascinazione di uno spirito magico della natura si allinea a questo viaggio poetico, oltre a riproporre l'incanto di un pianismo tanto fluido e leggero, quanto netto e incisivo.
Il graditissimo debutto di Lortie con l'orchestra regionale delle Marche ha coinciso anche con l'assegnazione, in apertura di serata, del Premio Tiberini alla stessa Form. Dal 1989, quando venne premiato Samuel Ramey, l'albo d'oro ha inanellato nomi come quelli di Mariella Devia, Rockwell Blake, Daniela Dessì, Chris Merritt, Gregory Kunde, Michael Spyres o Jessica Pratt. Ma non solo cantanti d'opera, anche personaggi di varia estrazione (fra cui registi come Pierluigi Pizzi o figure legate ad altri ambiti) e realtà musicali del territorio. Proprio in quest'ottica, il riconoscimento ideato e consegnato da Giosetta Guerra è giunto alla principale orchestra marchigiana (Istituzione Concertistico Orchestrale) in coincidenza con il bicentenario della nascita del tenore di San Lorenzo in Campo (PU), assiduo interprete rossiniano, ma anche primo Don Alvaro nella versione milanese della Forza del destino, quella poi prevalentemente eseguita. Si festeggia, ma ancora una volta con po' di amaro in bocca: possibile che tutta questa storia, tutte queste risorse, tutte queste competenze, professionalità e sensibilità (che sarebbe pure il vero Patrimonio culturale immateriale dell'umanità, non, come a qualcuno fa comodo far credere, una lista di “belle melodie” da sciorinare in eventi e galà nazional popolari che puliscono le coscienze) siano costantemente mortificate da tagli e altri interessi? Possibile che le cronache continuino a porci sotto gli occhi un sistema in cui la cultura è bestia da macello, vacca da mungere, o medaglia con cui pavoneggiarsi, terreno dove piantare una bandiera?
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