L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Fantasie pittoriche

di Mario Tedeschi Turco

Dvořák, Musorgskij e Galante sono al centro di un buon concerto diretto da Ramón Tebar al Filarmonico di Verona, in cui brilla soprattutto il Concerto per violoncello del compositore ceco con il formidabile solista Johannes Moser.

VERONA, 17 aprile 2026 - Un programma all’insegna di suggestioni visive particolarmente rilevate, quello proposto da Fondazione Arena per il terzo concerto al Filarmonico della stagione corrente, affidato alla bacchetta di Ramón Tebar: una prima esecuzione assoluta d’una commissione affidata a Carlo Galante, Quadreria. Tre movimenti sinfonici, seguita dai Quadri di un’esposizione di Musorgskij nell’orchestrazione Ravel. Ad aprire la serata, il Concerto per violoncello di Dvořák, che ha visto la partecipazione del formidabile solista Johannes Moser. Bastano poche parole in realtà per descrivere quest’ultima esecuzione , semplicemente superba da ogni punto di vista: la musicalità sorgiva mostrata da Moser ha incontrato il dettaglio di concertazione di Tebar in un luogo di assoluta bellezza, vuoi dal punto di vista dell’architettura, vuoi da quello della pura seduzione fonica, ovvero da quello dell’espressività poetica. Molto, naturalmente, si deve alla capacità di Moser di dosare virtuosismo e slancio lirico seguendo i precisi dettagli della partitura, che tra foga ed elegia, tra tripudio sonoro e ripiegamento lirico appare ancora oggi una gemma purissima, specie nella sagacia con la quale il compositore ha dosato i pesi della piena orchestra con i dialoghi ricchissimi di luci e colori tra singoli strumenti dell’ensemble e del solista (si pensi almeno allo scambio violoncello/flauto del Molto sostenuto che chiude il primo movimento, o alla melodia principiata dal violoncello e conclusa e definita tematicamente dal clarinetto nel terzo). Possente nelle cavate sulle doppie corde, sognante nei legato e in qualche portamento inteso ad amplificare la qualità patetica della scrittura, il violoncello di Moser ha risolto certi terribili passaggi in terzine di semicrome, nel movimento finale, con una sprezzatura aristocratica e naturale insieme, di perfetta naturalezza e travolgente impatto emotivo. Notevole la resa dell’orchestra nel suo insieme, tenuta saldamente in pugno dal gesto di Tebar, in febbrile, analitico e costante anticipo onde garantire ovunque trasparenza, timing, dettaglio. Tutto magistrale, dunque, una delle prove migliori dell’orchestra veronese udita negli ultimi anni, certo anche debitrice al magistero del solista, che ha scelto come bis ancora un’esecuzione con l’ensemble, segnatamente con la sezione dei violoncelli, in una distesa, sognante Sarabanda dalla Suite dai tempi di Holberg di Edvard Grieg.

Nella seconda parte del concerto, come detto, spazio alle fantasie pittoriche del presente e del passato. Il brano di Galante, così come descritto dallo stesso compositore nelle Note accluse al programma, traduce in musica le suggestioni di una stanza colma di quadri e memorie. Un bambino esplora furtivo questo spazio denso di storia, dove ogni opera d’arte ispira un movimento sinfonico: dal mistero inquieto di rovine magiche, alla fierezza malinconica di un ritratto settecentesco, fino al tragico espressionismo del tormento di Didone. La composizione intreccia così l'immaginario infantile con la potenza evocativa del passato e del mito, in uno stile tipico del movimento “neoromantico” anni ’80 e ’90, quando una decisa reazione al super-intellettualismo delle avanguardie post-Darmstad proponeva il recupero della tonalità e di strutture formali tradizionali, unito a una forte carica emotiva e lirica. Caratterizzato dunque da un eclettismo postmoderno, lo stile di Galante predilige un’orchestrazione sontuosa incarnata diresti in una “gestualità” espressiva che cita esplicitamente il tardo-romanticismo (Brahms, Mahler), reinterpretandolo però con una sensibilità contemporanea, talora onirica, debitrice altresì delle esperienze francesi e russe tra Ottocento e Novecento. Una musica di bell’impatto immediato, strumentata in modo magistrale, forse un po’ compiaciuta del proprio mood impressionistico, ma che trova – per esempio nell’episodio finale che evoca il tormento di Didone – accenti di autentico drammache non sarebbero dispiaciuti, più che al Virgilio dell’Eneide, al maggiormente sentimentale Ovidio delle Heroides. Tebar ne ha dato un’interpretazione, ancora una volta, da apprezzare per il bilanciamento fonico, la varietà eloquente di narrazione, il passo meditativo che ha valorizzato molti, preziosissimi, dettagli di strumentazione. E il pubblico ha dimostrato di gradire, omaggiando di convinti applausi lo stesso Galante, presente in sala.

La cifra dell’esecuzione si è mantenuta di buon livello anche nella difficile riscrittura raveliana dei Quadri: qui il virtuosismo richiesto specie dagli ottoni ha spinto Tebar a impostare un passo meditativo forse un po’ troppo compassato, staccando i vari episodi con brevi pause che hanno nuociuto alla compattezza organica dell’opera: un prezzo da pagare però accettabile, vista poi la resa dell’orchestra, in cui specie la tromba di Alessio Puglisi ha regalato colori e brillantezza in tutto degni della scintillante reinvenzione novecentesca del capolavoro di Musorgskij. Si sarebbe apprezzata una maggiore mutevolezza di articolazione interna (quella ottenuta in Dvořák), ben vero, nonché un suono più scattante, teso, ritmicamente serrato e dunque acusticamente più moderno (gli anni ’20 del 900 risuonerebbero poderosi, in questi Quadri…), ma tutto non si può avere, e il pubblico ha salutato dunque con entusiasmo un’esecuzione, in ogni caso, di decorosissima professionalità.

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