L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La lezione di Vitruvio

di Roberta Pedrotti

Enrico Dindo, direttore e solista, porta a Fano con la Form Orchestra Filarmonica Marchigiana un bellissimo programma che spazia fra Weinberg, Čajkovskij e Haydn. Purtroppo il merito della serata non è ripagato dall'affluenza del pubblico.

FANO, 18 aprile 2026 - “Tutte le discipline sono collegate e comunicanti fra di loro, [...] un’educazione enciclopedica è composta da queste membra come un corpo unico. E così coloro che dalla tenera età si formano con varie conoscenze, ritrovano in tutti gli scritti identici tratti e l’interrelazione fra tutte le scienze e per tale motivo conoscono più facilmente tutto. […] Non deve né può essere architetto un grammatico, come fu Aristarco, ma non un illetterato, né un musico come Aristosseno, ma non uno sprovvisto di cultura musicale, né un pittore come Apelle, ma non uno inesperto del disegno né uno scultore come Mirone o Policleto, ma non uno che non conosca l’arte plastica, né ancora un medico come Ippocrate, ma non un ignorante di medicina, né uno singolarmente brillante in tutte le altre discipline, ma in quelle non incompetente.” Così scriveva Vitruvio nel suo trattato De Architectura del I secolo avanti Cristo. Lo si studia poco, purtroppo a scuola, enumerandolo sbrigativamente fra i trattatisti, ma questo passo – scelto per l'esame di maturità del 2000 – ha ancora molto da insegnare. Anzi soprattutto ora e soprattutto quando abbiamo sotto gli occhi gli scavi che riportano alla luce la sua basilica, l'unica opera a lui direttamente attribuibile, proprio di fronte all'uscita artisti del Teatro della Fortuna di Fano.

La musica, come le scienze, le lettere e le arti figurative non sono appannaggio dei soli specialisti, ma sono elementi imprescindibili in una formazione completa, che si alimenta proprio conoscendo le relazioni interdisciplinari. Così, mentre le pietre tornano alla luce, sarebbe bello se davvero tornasse alla luce anche lo spirito di Vitruvio per una cultura vissuta e aperta. Sarebbe stato bello, già stasera, vedere il Teatro della Fortuna pieno per la presenza di solista di caratura internazionale come Enrico Dindo impegnato in un magnifico programma (il più interessante, senza dubbio, dell'intera stagione) con l'Orchestra Filarmonica Marchigiana. Cosa non andrà? Forse l'orario un po' tardo (le 21)? Forse la sovrabbondanza in cartellone di appuntamenti crossover che ha un po' disabituato il pubblico? Altro? Di certo, c'è da riflettere.

Ad ogni modo, chi ha varcato la soglia di una delle sale più belle e acusticamente felici della regione ha avuto di che rimanere ampiamente soddisfatto, in primo luogo perché Dindo, come già Lortie al pianoforte la settimana prima a Senigallia, si è esibito in ben due pagine solistiche, e che pagine! Il Concertino per violoncello e orchestra d'archi op. 43/bis di Weinberg è una perla che si vorrebbe ascoltare più spesso, come del resto molta altra musica del compositore polacco di cui si ricorda il trentennale della scomparsa. Come l'amico Šostakóvič, di tredici anni più grande, Weinberg, emigrato in Unione sovietica per sfuggire ai nazisti, sentì direttamente il peso del regime staliniano e vide il suocero vittima nel 1948 dell'ultima purga. Proprio in quel periodo nasce il Concertino, che rimarrà a lungo nel cassetto e debutterà nella versione ampliata per grande orchestra solo nel 1956, solista e dedicatario Mstislav Rostropovič. La costruzione è ciclica, aperta e chiusa da un dolente Adagio, con i due movimenti centrali che sembrano saldarsi in un sapido crescendo espressivo che attinge alle radici ebraiche del compositore in una pulsazione quasi plastica. In più punti è evidente l'influenza, fino a vere e proprie citazioni, che Weinberg eserciterà su Šostakóvič, sostegno fondamentale anche per la riabilitazione politica. Dindo affronta i quattro movimenti con trasporto totale, uno spirito sanguigno che qui si incanala nell'appassionata concentrazione lirica della melodia come nello slancio frastagliato del Moderato espressivo e dell'Allegro vivace, grazie a una pasta timbrica tanto rigogliosa da risultare perfino impressionante nella gamma dell'estensione e della dinamica.

Questi stessi strumenti d'interprete si fanno poi veicolo di una pagina dall'ethos radicalmente differente, come le Variazioni su un tema rococò di Čajkovskij. Un nostalgico richiamo al Settecento dell'amato Mozart, una maniera d'alta classe che in una penna somma com'è quella dello sventurato Pëtr Il'ič diventa un magnifico ventaglio di sfumature espressive. Ciò che in Weinberg raccontava dolori e tensioni immanenti, ora si libera in una favolosa varietà dominata da un estro pieno di fuoco.

Il programma procede senza soluzione di continuità e basta solo un piccolo cambio per trasformare la pedana del solista in podio (ma si ricordi, per carità, ai tecnici che si può anche spendere qualche istante in più e non rischiare incidenti) e si approda allo Haydn londinese della Sinfonia n. 103 “col rullo di timpani”. Sinfonia esuberante nel suo incipit militaresco e nelle sue indicazioni sfumate fra l'Allegro con spirito e l'Andante più tosto Allegretto, che sembra quasi sfociare naturalmente nella scansione regolare e aristocratica del Minuetto. Il direttore/solista spesso può giocare la carta del carisma nel trasmettere la propria idea, fa valere l'intelligenza musicale al di là della tecnica pura e Dindo esprime difatti in Haydn quella stessa carica vitale che si era ammirata al violoncello. La sinfonia si sviluppa energica senza perdere di vista equilibri interni e costruzione formale, insomma, la sua architettura. Dopotutto, anche un musico come Aristosseno non dovrà né potrà essere un architetto come Vitruvio, ma nemmeno essere del tutto ignaro di questa disciplina. Speriamo davvero che le pietre della Basilica non restino muta meta turistica, ma facciano echeggiare la lezione di chi l'ha progettata e che ai non molti che questa sera hanno applaudito convinti se ne aggiungano presto parecchi altri.

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