Se Schönberg va a braccetto con Schubert
di Luigi Raso
L'Ensemble Mercadante, giovane realtà partenopea da seguire con interesse, propone il celebre ciclo di Schönberg in un originale quanto azzeccato accostamento con Schubert.
NAPOLI, 23 aprile 2026 - Nel teatro musicale del primo Novecento accade anche che a Berlino, il 16 ottobre del 1912, le parole e le certezze si frantumano, la melodia si allontana dal sistema tonale, la voce smette di cantare per cominciare a dire: nasce Pierrot lunaire di Arnold Schönberg e con esso una nuova idea di teatro sonoro.
L’Ensemble Mercadante, composto da talentuosi, promettenti e giovani musicisti, sceglie di misurarsi con questo tornante della storia della musica, facendo precedere l’esecuzione del capolavoro del 1912 da una pagina di tutt’altra temperie, l’Introduzione e variazioni sul Lied Trockne Blumen D. 802 op. 160 di Franz Schubert. Un accostamento insolito che di primo acchito spiazza ma che evidenzia i nessi carsici che si dipanano tra il tema con variazioni di Schubert e i 21 Lieder che compongono Pierrot lunaire, assurti a molteplici ipotesi di una nuova opzione teatrale.
In collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, questo itinerario musicale muove i passi nel salone di Palazzo Serra di Cassano, uno degli spazi più carichi di storia e di memoria di Napoli, capolavoro settecentesco di Ferdinando Sanfelice. Giusto per ricordare uno degli eventi del secolo passato che ha visto protagonista il palazzo, qui, il 3 settembre 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, si svolse il celebre “Ballo dei re”, evento mondano di risonanza internazionale che vide riunita l’aristocrazia e il jet set dell’epoca (tra gli invitati anche Maria Callas, Aristotele Onassis e Elsa Maxwell): fu episodio clou della dolce vita napoletana, la cui eco sembra ancora riverberare tra stucchi e specchiere, oggi restituiti anche a una raccolta funzione musicale.
L’apertura del concerto affidata al duo flauto-pianoforte (rispettivamente Francesco Attore e Lorenzo Perrella) si colloca nel segno di una classicità lirica e insieme elegiaca. Il tema, tratto dal ciclo Die schöne Müllerin, possiede quella malinconia trattenuta che Schubert sparge con prodigiosa elegante naturalezza; e proprio su questo crinale è l’esecuzione, attenta a non indulgere in facili sentimentalismi. Il flauto cesella la linea con morbidezza e buon controllo del suono, sostenuto da un pianoforte che non si limita ad accompagnare ma dialoga - talvolta fin troppo energicamente -, rilancia e contrappunta.
Le variazioni scorrono con chiarezza formale, ben calibrate nelle agogiche: l’impressione generale è quella di un’esecuzione ben sorvegliata.
Poi, il salto temporale e poetico porta verso il Pierrot lunaire con il quale Schönberg inaugura uno dei capitoli più significativi della modernità musicale. Ventuno melodrammi su testi di Albert Giraud, tradotti in tedesco da Otto Erich Hartleben, in cui la voce adotta la tecnica dello Sprechgesang, in bilico tra canto e declamazione, mentre un ensemble cameristico – mezzosoprano (Eleonora Filipponi), violino (Alberto Marano), viola (Gabriele Catapano), violoncello (Giovanni Saranico), flauto/ottavino (Francesco Attore), clarinetto (Pasquale Zinno), clarinetto basso (Giovanni Agnes) e pianoforte (Lorenzo Perrella), tutti diretti da Benedikt Sauer – costruisce una trama timbrica estremamente mobile, che ridefinisce il rapporto tra parola e musica, tra struttura ed espressività, aprendo la strada a larga parte dell’avanguardia del XX secolo.
Affrontare una partitura simile richiede competenza tecnica, lucidità analitica e senso teatrale. L’Ensemble Mercadante, già apprezzato in occasione del Barbiere di Siviglia nella versione in lingua napoletana del 1818 (leggi la recensione), risponde con una prova che si apprezza per nettezza e precisione esecutiva. L’intesa tra gli strumentisti appare solida: gli attacchi sono puliti, i cambi di colore - spesso fulminei - risultano ben coordinati; il complesso intarsio ritmico non perde mai definizione.
La voce di Eleonora Filipponi, sul terreno sdrucciolevole dello Sprechgesang, evita sia il rischio di un eccesso di teatralizzazione sia quello opposto di un appiattimento prosodico: la parola resta intelligibile, l’espressività è controllata, ben inserita nella trama musicale. Ne deriva un Pierrot che non punta sull’effetto, più architettonico che espressionista, più nitido che febbrile: opzione interpretativa legittima e convincente, soprattutto in rapporto al repertorio dell’Ensemble Mercadante.
Ciò che colpisce è il livello esecutivo raggiunto da questi giovani musicisti, che lascia intravedere margini di crescita significativi.
Il progetto dell’Ensemble Mercadante, infatti, si conferma, anche alla luce di questa serata, tra i più interessanti nell’attuale panorama musicale napoletano per versatilità - come dimostra la disinvoltura con cui si passa da Schubert a Schönberg - ma soprattutto per la lungimiranza dei progetti, considerata la vastità del repertorio, epoche e linguaggi, che si propone di esplorare.
A ciò si aggiunge un dato significativo e oggettivo: un livello musicale già oggi degno di nota, sorretto da studio, intelligenza e un’evidente serietà d’intenti.
Non è poco. E, soprattutto, è il miglior viatico per sviluppi di grande interesse.
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