Chung e il sacro
Myung-Whun Chung torna per dirigere la sua quinta Messa da Requiem di Giuseppe Verdi nei programmi dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Oltre all’orchestra ed al coro, protagonisti sono i quattro solisti: Ailyn Pérez, Ekaterina Semenchuk, René Barbera e Roberto Tagliavini. Il risultato è straordinario.
ROMA, 24 aprile 2026 – È quasi superfluo sottolineare il magico legame che stringe Myung-Whun Chung all’orchestra e al coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, lui che ne è stato per anni il direttore stabile. Quest’armonia, questo feeling appare più vivo che mai ancor oggi, quando le apparizioni di Chung sul podio ceciliano sono, chiaramente, assai meno frequenti del passato; eppure, è innegabile una certa aura di magia ogni volta che il direttore si presenta su questo podio, anche in virtù del profondo rispetto che l’orchestra ha per lui e per la sua sensibilità musicale.
Una sensibilità musicale, quella di Chung, che si confà perfettamente alla musica sacra. Infatti, il merito principale della straordinaria riuscita di questo Requiem verdianorisiede, primariamente, nella sensibilità di Chung. Il direttore sceglie di squadrare la partitura con una geometria perfetta nei tempi, nel timing, sempre coerente nelle scelte (anche quando ha voluto, per esempio, sottolineare retoricamente un passaggio, rallentando ed allargando l’agogica); tale geometria, però, è ben lungi dal creare rigidità nella resa della partitura: il suono orchestrale, anzi, risulta, in non pochi passaggi, di una morbidezza eccelsa – lo si è notato in molte frasi degli archi, generosamente allungate. Pur mirando, evidentemente, ad una dimensione metafisica, fatta di atmosfere sospese, rarefatte, allargate, Chung non rinuncia affatto a sottolineare al pubblico l’elemento più intensamente drammatico, tragicamente umano della scrittura del Requiem: ecco che il direttore sceglie di usare tutta la gamma delle dinamiche, dal pianissimo con cui si apre il Requiem, all’esplosione di coro e orchestra (che ha fatto vibrare tutta la sala) nel Dies irae. Ciò non si è tradotto, come si sarà capito, in una direzione meramente espressionistica, giacché la cifra di Chung è nell’equilibrio meditativo che attinge, chissà, forse anche alla sua cultura orientale – che di ciò è maestra. Il risultato è mirabile, direi memorabile: difficilmente il pubblico in sala si dimenticherà di questo concerto. Mercé, sicuramente, il contributo di un’orchestra concentratissima, capace di produrre volumi imponenti e vapori sottili; come pure di un coro del pari duttile, intonatissimo, che ha avuto il merito non solo di risuonare imperioso nel Dies irae, luminosissimo nel Sanctus, o di produrre filati indimenticabili nel Requiem, ma soprattutto di aver recuperato il perfetto equilibrio di una sonorità dal gusto antico, memore della tradizione sacra italiana ed europea, un canto geometricamente preciso, poco vibrato, ma molto suggestivo (quello tipico ‘alla Palestrina’, per intenderci).
Il quartetto dei solisti si è distinto, complessivamente, per un’ottima resa. La parte del soprano è cantata da Ailyn Pérez, che possiede una voce acuta, piena e penetrante. Il «Libera me» finale ne mette bene in evidenza i pregi, come gli acuti smaglianti (doverosa, qui, anche la menzione della splendida messa di voce nel «Domine Jesu»), ben proiettati – benché non esenti, qua e là, da qualche nuance metallica –, un invidiabile registro medio e, più in generale, una verve drammatica di tutto rispetto. Nei pezzi d’assieme fa sempre bene, anche se, forse, nel «Recordare» spinge un pochino di più rispetto alla Semenchuk, increspando un po’ troppo la placida dolcezza del pezzo – l’altro duetto fra loro, invece, l’Agnus Dei, si lascia apprezzare per un equilibrio misuratissimo fra le due voci. Sul piano dell’interpretazione, nessuno dei solisti mi pare aver eguagliato la concentrazione, quasi il sacro abbandono di Ekaterina Semenchuk, capace di dosare il generosissimo, lussureggiante mezzo vocale, piegandolo, con rara sensibilità, alle esigenze della partitura. Dei duetti con Pérez si è già parlato, ma non ancora del suo «Liber scriptus», una lezione di canto, soprattutto per la ricerca del giusto colore di ogni frase, come pure per l’intensità interpretativa. La parte del tenore è sostenuta da René Barbera, che vanta come migliori caratteristiche vocali un timbro caldo e di uno squillo deciso. In una partitura come il Requiem il cantantedeve dosare, conseguentemente, questa energia propulsiva, riuscendoci assai bene, come dimostra l’intima resa dell’«Ingemisco» (quasi tutto in mezza voce, il che fa emergere nettamente una certa granulosità del mezzo vocale), nel quale pure non mancano acuti svettanti; da notare pure l’attacco, traslucido, dell’«Hostias», fra i passaggi più ispirati di questa partitura. Roberto Tagliavini interpreta assai bene la parte del basso, grazie ad una voce centrata, dall’emissione facile, brunita, ma non scura. Il «Confutatis» possiede la giusta energia, donandosi Tagliavini con generosità. Il pubblico, alla fine, applaude calorosamente e giustamente gli interpreti.
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