Minimo comun denominatore
La Form, ospite della stagione di Ravenna Musica, con la direzione di Luigi Piovano propone un inconsueto accostamento fra Glass e Beethoven. Solista al pianoforte Marco Scolastra.
RAVENNA, 30 aprile 2026 - Non si vive di soli Beethoven e Brahms. La stagione di concerti della Form, fortemente imperniata sul repertorio solistico, offre nella sua coda una rarità, il Tirol Concerto per pianoforte e archi di Philip Glass, lavoro del 2000 noto soprattutto per il secondo movimento che sviluppa, come tema e variazioni, una melodia tratta dalla colonna sonora di The Truman Show (1998). Proprio l'accostamento con una pellicola che è geniale metafora del postmoderno fornisce una chiave di lettura per una partitura rigorosamente organizzata nelle forme del concerto classico e articolata nel linguaggio del minimalismo. Ciò significa orientarsi in una struttura nota e familiare e al suo interno scarnificare, sfrondare, distillare finché non resti una cellula essenziale da cui ripartire osservandone al microscopio le variabili più sottili senza farsi distrarre da altre dimensioni. Significa anche, però, esplorare la ridondanza ossessiva dell'iterazione, la produzione seriale di un processo industriale ormai diffuso e pervasivo in ogni ambito, al pari dei barattoli Campbell o ai ritratti di Marilyn e Jackie Kennedy di Andy Warhol. Si riflette anche sul meccanismo del pop, ed è tanto più significativo se si confronta questo tipo di riflessione su più livelli con la superficie minima, più una confusione che un'elaborazione dei generi, del concerto per piano di Dardust ascoltato in febbraio.
L'occasione per ritrovare Glass in cartellone è data dalla presenza del pianista Marco Scolastra, particolarmente dedito alle rarità e che anche nei bis si sbizzarrisce ogni sera con proposte inconsuete (a Ravenna abbiamo ascoltato la seconda Gnossienne di Satie); sul podio abbiamo il ritorno di Luigi Piovano, cui nella seconda parte della serata è affidata la concertazione della Quarta sinfonia di Beethoven. L'accostamento non è affatto banale, perché non si tratta solo di affiancare a un pezzo poco familiare al pubblico a un altro di grande richiamo, ma anche di ragionare sulle estreme e deliberate conseguenze di una costruzione tematica e architettonica in cui Beethoven sovente utilizza cellule minime, ricorrenti seppur seminascoste, come una sorta di codice genetico di una composizione.
La sintonia fra Piovano e l'orchestra è evidente e si traduce in una lettura assai nitida nei suoi equilibri interni, ben dosata nello sviluppo dinamico, fluida nei tempi, assai rigorosa, quasi geometrica, nella scansione formale. L'acustica del Teatro Alighieri di Ravenna, peraltro, favorisce proprio una sorta di radiografia sonora che pone in evidenza le proporzioni classiche della partitura, la nobile semplicità e la quieta grandezza che la permeano quella che Schumann definì “una slanciata fanciulla mediterranea”, non più stretta fra “due giganti nordici” (la Terza e la Quinta) bensì portata a dialogare con il distillato della postmodernità.
Il concerto è ospitato per questa data nella città dei mosaici in collaborazione con l'Associazione Angelo Mariani, promotrice della stagione Ravenna Musica, che si chiuderà il 9 maggio con la Filarmonica Toscanini, la direttrice Han-Na Chang e il violoncellista Mischa Maisky.
Leggi anche
Pesaro, concerto Dardust/Trolton/Form, 14/02/2026
