L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il nuovo che felicemente avanza

 di Stefano Ceccarelli

Il ricchissimo mese di maggio all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si apre con un concerto diretto da Joana Mallwitz, al suo debutto nei cartelloni ceciliani, che presenta un interessante programma: le Danze di Galánta di Zoltán Kodály, il Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 35 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 di Ludwig van Beethoven. Solista del concerto di Čajkovskij è Augustin Hadelich.

ROMA, 2 maggio 2025 – Troppo poco vengono dirette, nei cartelloni ceciliani, le splendide Danze di Galánta di Zoltán Kodály, che Joana Mallwitz, fortunatamente, sceglie per aprire il concerto che la vede debuttare nella prestigiosa stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia; l’ultima volta, ricordo, aprirono quello di chiusura della stagione 2015/2016, ben dirette da Lionel Bringuier (leggi la recensione). Mallwitz ne è ottima interprete, dirigendo con grande precisione, spaginando ogni ritmo con gesti chiari, tanto che l’orchestra risponde con la consueta floridezza sonora (per dovere di cronaca, vanno però segnalate veniali incertezze nei corni e qualche sbavatura nella sezione dei legni). Ammirevole, certamente, la vividezza con cui la direttrice immerge il pubblico nella scrittura di Kodáli, la quale «crea la stessa atmosfera della musica popolare» (come scrisse Bartók, amico di Kodáli: devo la citazione al programma di sala, a firma di J. Pellegrini); le dinamiche scelte da Mallwitz permettono di assaporare tutta la bellezza folklorica di questa musica, ma senza esagerare, in maniera misurata, seppure riccamente vivida. Il resto lo fa, senza sforzo, l’inventiva e l’arte di Kodály: infatti, le danze sono commoventi per la loro bellezza dal sapore antico, ma sono anche trascinanti, dalle sonorità zingaresche. Ritmi cangianti, melodie dal sapore pastorale sono variate su moduli iterativi, che ne riconducono il piacere dell’ascolto ad una mimesi dell’improvvisazione tzigana. Il primo tempo è coronato dall’esecuzione del Concerto per violino di Čajkovskij, eseguito da Augustin Hadelich, che torna a due anni dal suo debutto romano (leggi la recensione). Le impressioni avute in quell’occasione mi sembrano confermate anche da questa sua performance, come appare già evidente nel poderoso Allegro moderato che apre l’op. 35. Mallwitz lo dirige con grande chiarezza, senza rigidità, seguendo ritmi coerenti, mai forzati o sfibrati; ma, se necessario, la direttrice è pronta a largheggiare, per permettere al violino di cantare meglio. Le dinamiche sono gestite con sapienza e naturalezza, cosicché, anche nei momenti più potenti, l’orchestra non sforza mai, non riesce mai assordante. In tal senso, Hadelich procede su un binario coerente: l’intesa fra i due è eccellente. La sua idea principale, per tutto il concerto, è essenzialmente quella di produrre un suono bello, esteticamente gradevole: la fanno da padrone, dunque, la cura nella linea del canto, la morbidezza nei passaggi, con studiate nuances. Hadelich mira e riesce a detergere ogni ‘asprezza’ della scrittura virtuosistica, tzigana, per cui questo concerto è meritatamente celebre. Si badi, ciò non vuol dire che non ci sia virtuosismo nella resa di Hadelich, anzi, quanto piuttosto che l’intelaiatura di dissonanze, così studiate, del compositore è detersa in favore di una lettura limpida, persino luminosa. Esempio migliore ne è la cadenza, i cui infervorati passaggi conclusivi danno l'impressione di scorrere legati e morbidi, proprio come la sequenza che inanella una serie di trilli, eseguiti dall’interprete con tale maestria e vellutata sensibilità da lasciare stupefatti. Una lettura, insomma, apollinea, che rimarrà tale per l’intero concerto. Tanto piace, che alla fine dell’Allegro scatta l’applauso, inopportuno, almeno secondo l’etichetta. La Canzonetta (II), che trasuda drammatica malinconia, è ravvivata da un’esecuzione intensa della parte orchestrale, dove Mallwitz sottolinea passaggi, grazie al lavoro sulla variazione dinamica; Hadelich fa cantare il violino di una melopea delicatamente legata, con esito magnifico. Certamente nel III movimento (Finale) Hadelich si lascia maggiormente andare, abbracciando di più le asprezze della musica di Čajkovskij, di cui cavalca i ritmi con speditezza ancora inaudita questa sera. Mallwitz è attenta a creare un tessuto orchestrale spedito, ma morbido, che sorregge ma non sovrasta il virtuosismo del violino, che si abbandona anche ad oasi liriche, trasognate. Il trascinante finale scatena un fervido applauso; Hadelich si congeda con ben due bis, dal sapore blues, squisitamente americano, di cui il secondo, peraltro, è un suo arrangiamento: Louisiana Blues Strut: A Cakewalk di Coleridge-Taylor Perkinson e Orange Blossom Special composto daErvin T. Rouse May.

Nel secondo tempo, Mallwitz presenta la Quinta di Beethoven. La direttrice si mostra, fin dall’Allegro con brio, più energica: gli stacchi, i ritmi, tutto è palpabilmente più deciso e marcato, fin dal celebre attacco in levare. La scelta, intelligente, della direttrice è quella di puntare su una lettura quanto più possibile dionisiaca, che valorizzi l’aspetto puramente ritmico, a scapito delle interpretazioni, anche più retoriche, di cui, inevitabilmente, la tradizione esecutiva della partitura abbonda. L’impressione è, quindi, di una certa freschezza, come si nota pure nel II movimento (l’Andante con moto), dove le dinamiche e i volumi sono particolarmente curati nello sviluppo – per la prima volta nella serata gli ottoni risuonano con forza. Ancora, nel penultimo Allegro (III), il lavoro della direttrice si fa di cesello, con notevole ordine e controllo agogico, tale che Mallwitz vi fa emergere l’inesausta spinta ritmica, che innerva l’intera sinfonia. La transizione al IV (l’ultimo Allegro) riesce benissimo. Per creare colore, Mallwitz alterna pieni/vuoti nei passaggi orchestrali, verticalizzando con spinta: il risultato è mirabile. Il movimento si chiude con una resa brillante, rutilante e fervida della coda, che scatena gli applausi.

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