L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Verso l'ascesi

di Mario Tedeschi Turco

Wolfram Christ dirige i complessi dell'Arena di Verona nella Missa solemnis di Beethoven, eseguita per la prima volta nella città scaligera.

VERONA 8 maggio 2026 - Prima veronese, quella della Missa solemnis beethoveniana ascoltata al Filarmonico venerdì 8 maggio, con i complessi di Fondazione Arena impegnati nella loro stagione concertistica ‘al chiuso’. Dopo una convincente Nona di Mahler, dunque, l’orchestra scaligera ha affrontato un’altra prova estremamente impegnativa in punto tecnico e poetico: ed è di gran conforto poterne notare una qualità complessiva elevata, con professori affiatati, duttilità di stili interpretativi, capacità di adattarsi a concertatori diversi. Così, diretti da un musicista come Wolfram Christ (già prima viola dei Berliner Philharmoniker, attivo poi come direttore soprattutto a Stoccarda, ma anche con l’English Chamber Orchestra, l’Orchestra di Padova e del Veneto, la Royal Danish Orchestra e tante altre), i musicisti hanno proposto un’interpretazione ragguardevole dell’insondabile capolavoro di Beethoven, con discreto supporto anche da parte del coro (non sempre impeccabile, ci è parso, nei registri femminili in tessitura alta) e dei solisti Athanasia Zöhrer (soprano), Katrin Wundsam (mezzosoprano), Sebastian Kohlhepp (tenore) e Johannes Weisser (basso). Quali i pregi maggiori di questa esecuzione? Dato conto di una globale pulizia negli attacchi, dell’equilibrio dinamico sempre raggiunto tra le sezioni, di un tempo imposto da Christ ideale per valorizzare le ampie campiture spirituali e metafisiche, con impulso regolarissimo e conseguente tactus incline al lirico/meditativo, sono da segnalare in modo particolare il possente inno conclusivo del Gloria, realizzato come un vortice tumultuoso dalle parole in gloria Dei patris, amen, con l’intervento dei solisti lievemente accelerato a trascinare il ritmo verso l’aumentazione dei valori metrici, raggiungendo un grado di entusiasmo nel quale si potevano traudire gli analoghi effetti espressivi delle sinfonie Quinta e Settima. Ancora, merita particolare menzione il magnifico, liricissimo flauto ad accompagnare l’Et incarnatus est dal Credo, una serie di pennellate figurali emerse come efflorescenze semi-improvvisative di puro virtuosismo, nelle quali la solista ha brillato per la maestria con la quale ha fornito l’esatto volume fonico necessario per il contrappunto annotato da Beethoven. Molto ben riuscito l’attacco del Sanctus, nel quale i clarinetti con i fagotti e i corni, sul tappeto scuro degli archi da cui si staccano poi le viole divise, hanno letteralmente dipinto il tipico «bittende Motiv» beethoveniano, con il suo melodismo dolce in andamento discendente, fortemente cromatico; ed è stato ancora di alto profilo il solismo del primo violino nel Benedictus, con la sua tessitura acutissima che nell’esecuzione veronese ha davvero simboleggiato quella sospensione metafisica la quale, nel corso della Missa solemnis, sempre più acquista definizione verso il finale. Meno riusciti, magari, sono stati altri dettagli della partitura: non ideale la trasparenza del coro nei passaggi fugati – anche se c’è da dire, con Paul Bekker, che determinati passaggi sono quasi ineseguibili per densità di scrittura – così come la purezza timbrica necessaria per la profondità espressiva nella risonanza delle parole ha più volte lasciato a desiderare. Le voci soliste sono apparse di buona tenuta e corrette nell’emissione, ma il soprano, pur raggiungendo sempre adeguatamente le note più acute, talora ha fatto udire un suono un po’ fisso e sforzato. Si tratta però di dettagli che non hanno influito pesantemente sulla riuscita dell’esecuzione; la quale, giunti alla trascendentale bellezza del Dona nobis pacem, ha espresso compiutamente la percezione di un’esistenza interiore senza fine, offrendo al contempo l’autentica testimonianza di una fiducia incrollabile nei miracoli del messaggio celeste: che porta alla conquista, dopo una lotta esteriore e spirituale, non tanto di una trionfante vittoria, ma di una quieta, pacatissima, imperturbata ascesi. Vivo il successo di un pubblico non straripante (anche perché nel vicino Teatro Ristori alla stessa ora si esibivano Louis Lortie e i Virtuosi Italiani…), ma raccolto e concentratissimo per tutta la serata.

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