Harding e Mahler
Daniel Harding continua il ciclo integrale delle sinfonie di Gustav Mahler con la Sinfonia n. 4 in sol maggiore (solista Christiane Karg), preceduta dalla prima esecuzione assoluta, nei programmi ceciliani, del Concerto n. 7 per violino e orchestra di Alexey Shor, che vanta un interprete d’eccezione: Gil Shaham.
ROMA, 9 maggio 2026 –In genere, la musica contemporanea è considerata, all’ascolto, ostica proprio perché lontana dalle forme codificate della classica. Eppure, ad un ascolto poco attento, il Settimo concerto per violino di Alexey Shor potrebbe risultare, in molte sue parti, indistinguibile da pagine celebri a cavallo fra Sette e Ottocento, in virtù di un tratto caratteristico dello stile del compositore: «il recupero di un linguaggio armonico e di uno stile palesemente anacronistici» (G. d’Alò, dal programma di sala). La storia di Shor, peraltro, è di quelle che colpiscono: ucraino d’origine, naturalizzato americano, matematico, non ha una regolare istruzione musicale, tanto che «dal punto di vista compositivo è […] un autodidatta» (ancora d’Alò). Con questo autore e con questo concerto, che viene presentato per la prima volta nei cartelloni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Daniel Harding sceglie di aprire il concerto, eseguito, per la parte violinistica, dal talentuoso Gil Shaham. L’esperienza che regala l’ascolto del Settimo di Shor è singolarissima, già fin dal I movimento (Allegro con moto). Si viene, infatti, letteralmente catapultati in un mondo sonoro del tutto passato, romantico, fatato. L’elaborato I movimento è, se non per qualche passaggio o linguaggio idiomatico, del tutto indistinguibile, a orecchio anche colto, da una partitura dell’epoca. Certamente, taluni passaggi dei legni, che producono l’effetto di dolci nenie, un po’ infantili, simili a melodie da carillon, sanno inconfutabilmente di Novecento, del lungo Novecento in cui siamo ancora immersi, quello delle colonne sonore dei film, alla John Williams. Harding dirige con efficacia e Shaham mostra le consuete doti virtuosistiche: splendida linea del violino, uniforme, intonata, pastosa, che sa piegarsi ad ogni sfumatura, e il virtuosismo più spinto, sempre mantenendo quella pulizia sonora che è il suo marchio. Nell’Adagio la caratura emotiva si alza, l’orchestra tutta ci trasporta in un romanticismo più maturo del gusto tardo-settecentesco del I movimento, intensamente malinconico, con il violino quasi in costante melopea, talvolta anche a svettare in acuto, con suono argentino, sull’orchestra. Il III movimento (Vivace) è ancor più singolare, se si vuole: sotto la patina glitterata di queste pagine c’è una certa arte rapsodica, che coglie, disinvoltamente, da periodi musicali così diversi da sovrapporre temi, movenze e sonorità che in genere non si ascolterebbero così. Un eclettismo disinvolto, insomma, il cui effetto è sorprendente ma anche, certo, artificioso. Ad un orecchio avvezzo rimane la sensazione di qualcosa di finto, poco profondo, barocco. Qualcosa che seduce, piace e, sicuramente, incuriosisce. L’estro autodidattico di Shor lo rende onnivoro, guidato dal solo suo gusto. Si potrebbe parlare di un ‘nuovo’ neoclassicismo, eclettico, ma non certo come quello di Stravinskij. Shor non penetra in profondità nella forma e nel senso, ma rimane sull’indubbia bellezza di un piano estetico, incredibilmente orecchiabile, tanto che fa venir voglia di ascoltare altre sue partiture. Il turbinio virtuosistico del finale del III movimento trascina gli applausi, che il compositore sale sul palco a prendersi, giustamente. Rimane l’impressione che il Settimo di Shor sia, comunque, una partitura epidermica, dove gioie e contrasti siano più di maniera, parlando, in effetti, così bene al nostro mondo di oggi.
Il pezzo forte arriva con il secondo tempo, ossia la Quarta di Mahler, da iscriversi nel progetto dell’esecuzione integrale dell’intero ciclo sinfonico di Mahler, compositore con il quale Harding ha un rapporto particolare, intimo, intenso. Ogni sua esecuzione di pagine mahleriane, infatti, mostra un’indubbia maestria. L’agogica risulta perfetta, bilanciata, ogni passaggio curato nei minimi dettagli. Le sonorità del I movimento brillano screziate, dolcemente infantili, con quel velo di malinconia, così mahleriano, che Harding non manca di sottolineare. Ottimo è anche il II movimento, dove il direttore accentua la dolcezza di molti passaggi e il carattere, ancora, malinconico della scrittura. Le dinamiche sono curatissime, tanto che nei contrasti di volumi risalta, ancor di più, la scrittura di Mahler. Nel III si nota proprio come Harding diriga quasi respirando con le frasi del movimento stesso, tanto da far apparire il fraseggio naturalissimo. La climax del movimento riesce monumentale: dalla placida calma della prima sezione, in cui l’orchestra trova un suono splendido, sempre pieno, mai sfibrato (anche in presenza di passaggi di rara tenuità), si giunge al parossismo, con tensione che cresce in equilibrio, fino ad immergersi, nuovamente, nei vapori iniziali, dagli echi vagamente galanti. In sintesi, l’Adagio appare palpitare: si gonfia e si sgonfia più volte, fino a condurre, dopo i colossali accordi a tutta orchestra, a una dimensione di empireo. Date queste premesse, la sinfonia non poteva che chiudersi con una stupenda esecuzione del celebre IV movimento, «Das himmlische Leben». Christiane Karg, specialista delle parti mahleriane, intona e fraseggia ottimamente, forte di un timbro argentino e vibrato. La direzione di Harding, morbida, calibratissima, restituisce quella dimensione, al medesimo tempo, angosciante e celestiale. Tanto gli spettatori sono rapiti che alcuni intensi secondi separano l’accordo finale, profondo e grave, dallo scoppio sincero degli applausi.
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