L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Verdi sacro, Wagner profano

di Sergio Albertini

Nicolò Umberto Foron fa il suo debutto con i complessi del Teatro Lirico di Cagliari in un programma dedicato a Verdi e Wagner

CAGLIARI, 9 maggio 2026 - “Vuoi più bene a mamma o a papà?”. Il tormentone – generatore di sottili sensi di colpa e di esclusione di cui si nutrono i lettini degli psicoterapeuti – viene proposto in forma variata dalle pagine social del Teatro Lirico di Cagliari in un reel in cui a professori d'orchestra e artisti/e del coro viene domandato: “Preferite di più Verdi o Wagner?” (la vittoria, per inciso, tocca al primo).

Poteva essere un confronto intrigante, stimolante. I due nomi massimi dell'ottocento operistico, l'un verso contro(?) l'altro armati. Ma il programma? Occasione sprecata. Perché mettere a confronto il Verdi spirituale con il Wagner dei preludi? Perché, ad esempio, non il Wagner di Das Liebesmahl der Apostel (La cena degli apostoli), WWV 69, la cantata biblica composta nel 1843 per coro maschile e orchestra ? O l'Incantesimo del Venerdì Santo dal Parsifal ? Sacro con (quasi) sacro, insomma. O, in alternativa, per Verdi, perché non scegliere pagine orchestrali come i balletti per le versioni francesi di Le trouvère, Jerusalem, Macbeth, o quel piccolo gioiello che sono Le Stagioni da Les Vêpres siciliennes da contrapporre alle pagine strumentali operistiche di Wagner?

Prima parte, quindi, nel nome di Verdi. Il Verdi di opere corali inevitabilmente oscurate dalla sua grande Messa da Requiem. A capo della compagine cagliaritana, un debutto. Un piacevole, riuscito debutto. In prima e seconda parte (due mondi radicalmente opposti) Nicolò Umberto Foron ha dato prova di compostezza, di precisione nel gesto, di cura minuziosa nel controllo dinamico delle pagine; riusciva bene, ovviamente con il Verdi dei Quattro Pezzi sacri, dove il coro (sia pure con qualche sfocatura) preparato da Giovanni Andreoli rispettava appieno certo stile madrigalistico, la rarefazione delle pagine a cappella (come l'Ave Maria) fino alla pregnante potenza spirituale del Te Deum. Qui, nelle pochissime battute del soprano solista che declama l'invocazione (“In te Domine speravi”), quasi nascosta come raccomandava Verdi, Giulia Bolcato. L'orchestra riluceva nella sezione di ottoni, fagotti e archi negli accordi ribattuti dello Stabat Mater, e rendeva appieno il clima consolatorio nel finale, dove il coro ha reso un preziosissimo e raccolto 'Amen' conclusivo.

Seconda parte interamente wagneriana (ma l'organico, in alcune sezioni, sembrava essere andato 'al risparmio'): grande prova dell'orchestra del Lirico, che alle sonorità massive del Vorspiel da Die Meisteresinger von Nürnberg e dell'Ouvertüre del Tannhäuser opponeva un memorabile pianissimo iniziale della linea melodica esposta dai sei violoncelli (Emanuele Galanti, Luca Carta Mantiglia, Elio Rinaldi, Gianuca Pischedda, Karen Hernandez, Elettra Mealli) dell'Einleitung dal Tristan und Isolde (qui nella versione da concerto con l'Isoldes Liebestod), nel totale rispetto dell'indicazione agogica Lento e languido, mentre Foron guida l'insieme in un incessante crescendo drammatico verso la morte di Isotta con una ricerca febbrile di precisi colori strumentali.

Il poco pubblico presente, forse intimorito da un Verdi meno conosciuto, ha accolto con i meritati applausi Foron, la Bolcato e soprattutto coro ed orchestra.

Una nota in margine: la 'Guida all'ascolto' che accompagnava la serata era, a mio modestissimo avviso, un coacervo di citazioni (Kierkegaard, Baudelaire, Renzo Cresti, Quirino Principe, Nietzche, Mario Bortolotto, Federico Capitoni, Guido Barbieri, Antonio Rostagno, Massimo Bontempelli, Alberto Savinio, Alberto Zedda, Pietro Stella...): forse troppe.

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