L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La trasparenza del dolore

di Sergio Albertini

Michail Pletnëv torna al Lirico di Cagliari per il Terzo concerto di Rachmaninov, partitura che il grande pianista ha ormai fatto propria con profonda interiorizzazione.

CAGLIARI, 16 maggio 2026 - Occhi (e orecchie) puntati, il 15 e 16 maggio, sul ritorno a Cagliari di Michail Vasil'evič Pletnëv, gia presente al Lirico nel 1997 come pianista e nel 2021 come direttore. Sul podio, Ryan McAdams (anche lui un gradito ritorno, dopo un suo concerto, che ricordo eccellente, del luglio 2023 con musiche di Elgar e John Ireland). Serata nel nome di Rachmaninov, nella (brevissima) prima parte presente con il Caprice bohémien op.12, pagina composta a soli vent'anni (lo stesso Rachmaninov ebbe a dichiarare, quasi quarant'anni dopo, che si trattava dell'unica sua opera che avrebbe preferito rinnegare) con intento programmatico, utilizzando, come già in Aleko, il mondo gitano. La partitura, inizialmente concepita per pianoforte a quattro mani, godette di una immediata accoglienza favorevole e Ryan McAdams ne restituisce tutta la fresca energia a partire dall'Allegro vivace iniziale fino al parossistico Prestissimo finale (strepitosi primi e secondi violini) che conclude in mi maggiore, donando luminosità a un lavoro francamente goffo e debole. Da segnalare, nell'attacco del brano, il rullo dei timpani in una dinamica amplissima (Filippo Gianfriddo) e il denso e omogeneo accordo degli ottoni gravi e dei legni bassi. McAdams sottolinea con rapinosa eleganza le ampie arcate melodiche e le ornamentazioni virtuosistiche; da segnalare l'intera sezione delle percussioni (Francesca Ravazzolo, Emanuele Murroni, Tommaso Sassatelli, Daniele Daldoss, Loris Guastella).

Seconda parte attesissima. L'ingresso di Pletnëv mostra un uomo che sembra stanco, affaticato. In coppia con McAdams è alla quinta esecuzione del Terzo concerto per pianoforte ed orchestra di Rachmaninov in questa tournée italiana. C'è un'intesa costruita nel tempo, è evidente, e il loro dialogo riflette la profonda conoscenza della partitura da parte del pianista, presumibilmente acquisita grazie alla sua esperienza anche nella direzione; Pletnëv sa quando essere al centro della scena e quando rimanere in secondo piano. In questo concerto, il più esteso dei suoi quattro, Rachmaninov accoglie nella sua scrittura una espressività più lirica ed intima, che Pletnëv fa profondamente sua. Pure, lo stesso autore, a partire dalla fine degli anni Trenta, cessò di eseguirlo, ritenendo il livello interpretativo dei pianisti (allora) più giovani (Horowitz e Gieseking tra tutti) sicuramente migliore del suo.

Nell'Allegro ma non tanto Pletnëv, sul suo pianoforte privato (uno Shigeru Kawai SK-EX, realizzato a mano ad Hamamatsu, in Giappone, modificato su misura per assecondare il suo tocco inconfondibile), entra nel ponte orchestrale che unisce il primo al secondo tema; un tocco limpido, cristallino, luminoso: in una sola parola, apollineo. È la chiave di lettura personale, intrisa come di un dolore in trasparenza, che in fondo era quello che viveva Rachmaninov in quel 1909, negli Stati Uniti, lontano dalla sua Russia. La lunga cadenza (scritta dallo stesso autore in due versioni, quella regolare e quella alternativa - designata come ossia sulla partitura. Ed è quella scelta oggi) pur nella sua densità, nel suo insistere sull'ottava bassa e nella sua impetuosa parte finale trova in Pletnëv un approccio mai plateale, piuttosto alla ricerca di sfumature dinamiche ampie, tendenti sovente al pianissimo; e questa interpretazione si coniuga ad una espressione, anche fisica, controllatissima, impercettibile, quasi che nell'affondo dei tasti a muoversi fosse l'anima. Grandissima intesa, quella con McAdams, che lo asseconda nel governare, lui sì, con esibito slancio atletico, un'Orchestra del Lirico come abitudine oramai di grande smalto sonoro. E se i tempi di Pletnëv a volte fluttuavano sospesi piuttosto che manifestare esibita energia, McAdams e l'orchestra hanno assecondato queste scelte; magnifico nell'Intermezzo. Adagio, il finale pizzicato degli archi e la melodia intonata dai legni.

Anche nel vigoroso Finale. Alla breve la lettura virtuosistica di Pletnëv maniene un aplomb aristocratico anche nelle rapide note ribattute e nella sequenza delle veloci ottave, affrontate con cristallina purezza.

Vera e propria ovazione del pubblico (un pubblico inferiore per numero a quel che un evento simile meritasse) al termine dell'esecuzione. Due bis; un memorabile Notturno di Chopin (il secondo dell'opus 9) il cui trillo conclusivo restava sospeso all'orlo del silenzio, e dai  Lyriske stykker di Grieg un malinconico Ensom vandrer op.43 nr.2 di quasi insostenibile bellezza.

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