Aurore boreali e ritmi magiari
Aleksandr Malofeev fa il suo atteso debutto a Verona con il Concerto per pianoforte e orchestra di Grieg. Sul podio Alpesh Chauhan, impegnato anche nel Concerto per orchestra di Bartók.
VERONA, 22 maggio 2026 - Si attendeva da 6 anni un concerto veronese di Aleksandr Malofeev, da quando nell’anno funesto 2020, il 24 febbraio, fu annullato un previsto recital organizzato dalla società Amici della Musica. Fondazione Arena ha posto rimedio per una serata, al Filarmonico, durante la quale il ventiquattrenne pianista ha interpretato il Concerto di Grieg con l’orchestra di casa diretta da Alpesh Chauhan, di ritorno a Verona dopo 8 anni, quando aveva entusiasmato con una lettura della Quarta sinfonia di Carl Nielsen di bruciante impatto drammatico. Due musicisti di alto profilo internazionale, da cui attendersi un’esecuzione da ricordare. Malofeev ha ottave colossali, un suono ugualmente granitico nei passaggi in forte o fortissimo, diresti erede delle masse erratiche che, in modo diverso, sapevano evocare alla tastiera Emil Gilels o Sviatoslav Richter (tra i contemporanei, il fin troppo massiccio Denis Matsuev); tuttavia, il Concerto di Grieg ha come punti di massimo interesse testuale non solo l’afflato epico (come detto, efficacemente realizzato), ma altresì il lirismo e il dinamismo folklorico della Norvegia, da sviluppare naturalmente in strettissimo dialogo con l’orchestra. Ora, se per fraseggio, pesi, dinamica, pedalizzazione, il pianismo del giovane solista è risultato del tutto convincente (mirabile lo svanire del tema patetico del secondo movimento, immediatamente prima dell’attacco dell’Allegro moderato e marcato conclusivo, ma anche l’impulso ritmico incalzante e variato che conduce, nel finale, alla giustapposizione delle due danze popolari, lo “halling” alla “springdans”), la coordinazione con Chauhan qua e là ha lasciato un po’ a desiderare, con attacchi non sempre precisi e qualche sbavatura nella sincronia. Poca cosa, del resto: le pagine del compositore norvegese si sono dispiegate con tutta la varietà necessaria per far rivivere una delle realizzazioni più significative della ricezione del Romanticismo strumentale di area germanica nelle scuole nazionali europee, il messaggio post-beethoveniano e il modello di Schumann ben evidenti nelle linee di tensione espressiva, memori tuttavia della libertà di costruzione che Chopin e Liszt avevano già portato in primo piano. Tale libertà si traduce nel superamento della forma-sonata in favore di un accumulo/ripetizione tematica che declina un’intenzionalità sonora peculiare: ed è stato proprio interpretando al meglio questo sfaccettato diagramma di gesti instabili, irregolari, discontinui, che Malofeev ha convinto in modo particolare, adattando colori e timbrica, soprattutto, alla mutevole texture d’impianto. Benissimo anche l’orchestra - sbavature di cui sopra a parte - dal punto di vista del suono (è stata adottata la revisione del 1907, quindi con corni raddoppiati a 4 e terzo trombone in luogo della tuba della versione 1868), con ottoni brillanti ed escursioni dinamiche generose, differenziate e amplificate su sollecitazione del gesto attentissimo, analitico, di Chauhan. Due splendidi bis concessi: il Minuetto dalla Suite HWV 434 di Händel, tutto interiore, sommesso, umbratile; il Passo a due dallo Schiaccianoci di Čajkovskij nella versione Pletnev, con le sue efflorescenze ultra-patetiche e il suo deliberato gusto larmoyante, risolto da Malofeev con cura nello stagliare, tra figura/sfondo, il melos della linea principale.
Nella seconda parte della serata, spazio al Concerto per orchestra di Bartók, banco di prova difficile per qualunque direttore e qualunque compagine orchestrale, data la necessità di ottenere sia fluidità ritmica che precisione assoluta negli attacchi. E prova, c’è da dire, brillantemente superata: gli archetti al tallone e alla punta del primo movimento, ben gestiti dalla sezione relativa, hanno permesso sempre piena definizione delle frequenze, evitando ogni tipo di agglutinazione che, per il pensiero strutturale di Bartók, sarebbe risultata del tutto incongrua. Ancora, attacchi simultanei e intonazione speculare delle coppie di fiati, nel secondo movimento, perfettamente riusciti, con nitore timbrico assicurato; sordine nell’Elegia impiegate al meglio, con intonazione mantenuta salda; trasparenza del contrappunto ovunque, con Chauhan ad anticipare sempre le entrate progressive e alternate degli strumenti, a chiamare con il braccio sinistro l’espressione necessaria per articolare la logica del capolavoro del compositore ungherese: una passione fredda, diresti, quella del concertatore, ottimamente sintonizzata con il testo d’impianto, di cui ha restituito specie l’eccezionale flessibilità agogica nei passaggi fra i temi come il controllo dei pianissimo e dei suoni filati. La fantasmagoria bartokiana è così giunta a tutto tondo, restituita in modo pienamente appagante per quello che è, vale a dire uno dei più straordinari capolavori del repertorio sinfonico, un affresco potentissimo di vita psichica nel suo fermento vitalistico, dalle ombre dell’esordio al trionfo finale di esuberante, animata fibrillazione. Il pubblico ne è stato travolto, e ha salutato l’esecuzione con vivo entusiasmo.
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