L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'equilibrio degli estremi

di Alberto Ponti

Il direttore statunitense ritorna, in sostituzione di Han-Na Chang, sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale con una memorabile Sinfonia dal nuovo mondo, affiancato da una giovane star del violoncello per un'interpretazione assai introversa del Concerto di Schumann

TORINO, 22 maggio 2026 - Credevamo che il congedo di Roberto Treviño dal pubblico dell'auditorium Toscanini fosse avvenuto, per questa stagione, con l'intensa esecuzione del Pelleas und Melisande di Schönberg di due settimane fa e, invece, complice il forfait di Han-Na Chang, il direttore texano è ritornato sul podio come Jack-in-the-box per il concerto di giovedì 21 e venerdì 22 maggio, affiancato al violoncello da Pablo Ferrández, strumentista tra i più acclamati della generazione tra l'ultimo decennio del secolo scorso e i primi anni dell'attuale.

Non si può dire che il trentacinquenne talento spagnolo manchi di una visione personale, che riesce, evidentemente, ad imporre anche a Treviño. Del tutto originale è infatti l'approccio a una pagina ultranota e dal facile confronto in disco e sul web con i grandi interpreti degli ultimi cent'anni quale il Concerto in la minore op. 129 (1850) di Robert Schumann, tra i non molti esiti dell'estremo periodo creativo del compositore tedesco ad essersi affermati nel repertorio.

Il primo approccio all'interpretazione di Ferrandez è spiazzante: l'incedere del primo tempo Nicht zu schnell è dilatatissimo e non solo prende alla lettera il 'non troppo veloce' dell'indicazione schumanniana ma si avvicina addirittura a una sorta di Andante, sia pur sostenuto. Di certo lo Stradivari 'Archinto' sotto le dita di questo solista si fa apprezzare per una particolare pienezza e rotondità di suono, che ben si addicono all'umore malinconico che permea l'intero movimento. Vengono così alla luce, con chiarezza rivelatrice, caratteristiche talvolta ombreggiate da letture più brillanti: la liricità del fraseggio, lo stupore di pause inattese del discorso, la drammaticità di attacchi che si riverberano in un dialogo con l'orchestra doloroso ma non fatalista. Il timbro che Ferrandez imprime allo strumento appare delicato, quasi pudico, votato a un percorso interiore dove l'immaginazione creativa di Schumann trova uno spazio espressivo congeniale in una vera e propria musica delle sfere, tanto più evidente nel breve lied, Langsam anch'esso accentuato in una lentezza ai limiti del sostenibile, puntellato dagli eleganti pizzicati degli archi, abbellito dal colloquio con il primo violoncello dell'orchestra. Qui ogni elemento appare, nelle lunghe arcate sussurrate dal solista con delicatissimo portamento (il medesimo che si ritroverà nella Sarabande dalla Suite n.1 BWV 1007 di Bach proposta come encore), ridotto a un essenziale distillato di bellezza concentrata in pochi accordi, che potrebbe avvicinare l'umore del pezzo ai radicali esperimenti già novecenteschi della seconda scuola viennese.

Pochi tocchi dell'orchestra, attiva in misura maggiore che nei tempi precedenti, bastano a Treviño per impregnare, nel finale, l'atmosfera di febbrile sehnsucht che caratterizza un andamento ora vivace ma nella quale il continuo gioco di richiami tra solo e tutti avviene, per precisa scelta estetica della coppia di protagonisti, all'insegna della raffinata amabilità, lontana da abissi di gioia e disperazione, senza nulla togliere al virtuosismo discreto ed efficace di Ferrandez, che nel vorticoso 2/4 del Sehr lebhaft ha modo di mettersi in mostra in tutta la propria potenza.

Nella seconda parte della serata vanno in scena Antonín Dvořák e la celeberrima Sinfonia n. 9 in mi minore (Dal nuovo mondo) op. 95, nata tra il 1892 e il 1893 durante il soggiorno americano dell'autore. Il pezzo basterebbe da solo a garantire il successo di una performance. Figuriamoci allora con una compagine del calibro dell'OSN Rai e sotto la bacchetta di Robert Treviño, per il quale la partitura sembra tagliata su misura e che, archiviate le introversioni dello Schumann maturo, aggiunge il giusto livello di spettacolarità e la confidence di chi è nato dall'altra parte dell'oceano, cosa ne può venire fuori.

L'esecuzione è eccellente da ogni angolazione: dalla varietà della resa timbrica e dinamica da manuale, alla precisione e pulizia degli attacchi, alla valorizzazione degli assoli diffusi a macchia di leopardo (clarinetto, corno inglese, corno, flauto, timpani, per non citarne che alcuni), all'elasticità e duttilità nei tempi. C'è inoltre, in pagine come questa, un proverbiale quid non definibile nel gesto di Treviño, che porta a tenere il pubblico in costante tensione e attenzione, dando uno spessore quasi cinematografico, senza volere attribuire all'espressione un'accezione diminutiva, al meccanismo sinfonico messo a punto da Dvořák, sia che si tratti del tema en plein air dei corni nel primo movimento, della quieta meditazione del Largo, dell'incalzante Scherzo, dell'epico motivo conduttore dell'Allegro con fuoco conclusivo.

Applausi scroscianti e prolungati da una platea assai folta, nonostante la replica di venerdì 22 fosse concomitante all'ultimo concerto della stagione del Teatro Regio diretto da Andrea Battistoni e all'attesissimo ritorno di Anne-Sophie Mutter al Lingotto con la Royal Philarmonic Orchestra.

Leggi anche

Torino, concerto Khachatryan/Treviño/OsnRai, 07/05/2026

Ravello, concerto Treviño / SWR Symphonieorchester, 25/07/2025


 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.